Rinascita molisana

Scritto il 20/02/2026

A cura di: Enrico Caracciolo | Foto di Enrico Caracciolo

Viaggio a Castel del Giudice dove visione e lungimiranza di una comunità hanno trasformato la marginalità in un modello di sostenibilità sociale, economica e ambientale. 

Viaggiare ha un senso quando la strada diventa uno strumento di conoscenza e di esperienza. Il Molise è una terra incognita che ispira grandi viaggi nel cuore dell’Italia; una meta dove non è difficile trovare il senso più arcaico del viaggio. Transita qui il Regio Tratturo, l’autostrada dei pastori larga 111,6 metri che per secoli ha messo in comunicazione Abruzzo, Molise e Puglia ospitando transumanze tra le montagne e le pianure che guardano verso oriente. Le transumanze sono affascinanti migrazioni di uomini e animali, liberi e testardi, sottomessi solo al ritmo delle stagioni, delle stelle e delle lune; raccontano storie di contaminazioni di profonda densità umana. Il Molise è terra di migranti, coltelli, campane e caciocavalli che conserva un’identità molto forte che ha nelle mani, nell’umiltà, nella genialità, nella tempra dei molisani valori antichi e radicati che fanno di questo spicchio d’Italia un tesoro da scoprire lentamente, con lo spirito che animava i viaggiatori del Grand Tour. 
Il Molise è meta per viaggiatori e turisti curiosi in cerca di destinazioni dove l’economia turistica non ha ancora corroso l’anima dei luoghi. Nella piccola regione quasi inesistente nell’immaginario collettivo una semplice vacanza diventa esperienza che rimarrà scolpita sulle pagine di diario di viaggio o nel contenitore invisibile delle emozioni. 



Una visione di “ri-orientamento”
​La strada che vi suggeriamo arriva dove le spalle larghe dell’Alto Molise si affacciano verso la Valle del Sangro e lo sguardo si allunga sulla Maiella, la montagna madre della terra abruzzese. Benvenuti a Castel del Giudice, 800 mt, piccola grande realtà, simbolo della rinascita molisana dove un sindaco visionario e una comunità ispirata hanno trasformato il problema dello spopolamento e dell’abbandono, dell’isolamento e dell’emigrazione in un’opportunità di virtuoso cambiamento. Come tanti borghi dell’entroterra Castel del Giudice si stava ammalando di malinconia e solitudine fino a quando Lino Gentile e la sua gente hanno cominciato a vivere senza più voltarsi indietro, ma allungando lo sguardo in avanti sorretti dalla forza delle idee. Senza scomodare massimi sistemi hanno avviato una serie di buone pratiche che hanno determinato un’importante inversione di tendenza. Quella di Castel del Giudice è una bellissima storia incentrata su quattro punti importanti: il ruolo del Comune, il valore della partecipazione, la sinergia tra pubblico e privato e la creazione di forme sostenibili di uso e gestione delle risorse territoriali. Tutto inizia all’inizio del terzo millennio quando Castel del Giudice diventa un laboratorio per il rilancio e la valorizzazione del territorio trasformando una situazione di marginalità in vantaggio. Rossano Pazzagli, professore di Storia moderna all’Università degli Studi del Molise, parla di questa realtà evidenziando aspetti di grande interesse: “Oggi, nella fase di crisi strutturale del modello economico, è necessario tornare ad occuparci dello scheletro della penisola, delle cosiddette “aree interne”. Non più soltanto in un’ottica di resistenza, e meno che mai con un approccio nostalgico, ma nella prospettiva di una rinascita. Nell’esplorazione di questi piccoli mondi locali emergono qua e là buone pratiche, con la possibilità di ricavare indicazioni paradigmatiche anche per il “ri-orientamento” dei modelli economici e dell’organizzazione sociale e territoriale a livello più generale”.



L’inversione di tendenza in tre mosse​
Lino Gentile racconta con orgoglio ma anche grande umiltà le buone pratiche messe in campo, sottolineando che il processo di cambiamento è stato possibile solo con il coinvolgimento della comunità locale. Il primo intervento è consistito nel recupero di un edificio scolastico dismesso da destinare a residenza per anziani e persone non autosufficienti (RSA). L’operazione ha coinvolto 30 abitanti, che hanno investito per il recupero dell’edificio, permettendo al Comune di accedere ad un mutuo bancario e di valorizzare a fini sociali un immobile pubblico, contrariamente alla pratica di privatizzazione dei vecchi edifici scolastici invalsa nella maggioranza dei comuni italiani. La RSA ospita oggi 30 persone ed occupa una ventina di addetti.
Il secondo intervento ha riguardato il recupero di circa 40 ettari di pascoli e terreni agricoli abbandonati per l’impianto di una coltivazione biologica di mele. Anche in questo caso i cittadini sono stati coinvolti attivamente nel progetto, e tramite forme di azionariato popolare è stato possibile costituire la Melise, un’impresa pubblico-privata (2 imprenditori che si sono succeduti nel tempo e 75 cittadini). Con questo progetto Castel del Giudice è entrato a far parte dell’Associazione Città del Bio e ha ricevuto da Legambiente, ANCI e Symbola il premio “Futuro italiano” per l’innovazione territoriale nonché il  Premio Comuni Virtuosi 2015. La piantagione dei meli è stata effettuata utilizzando terreni tra i 700 e i 900 m. di altitudine che avevano resistito al processo di rimboschimento naturale dovuto all’abbandono delle attività agricole e pastorali. Nel mese di ottobre il paese si anima con la Festa della Mela, grande occasione per vivere il territorio attraverso la celebrazione del prodotto che meglio di ogni altro narra la storia virtuosa di questo luogo e della sua gente. E dopo Melise è stata la volta dell’Apiario di comunità e del Birrificio agricolo “Maltolento” dove tutto, dall’orzo al luppolo, viene coltivato localmente. 
Infine il progetto che riguarda il turismo e si configura come quello più importante per il rilancio economico del territorio e la sua promozione all’esterno. Si tratta del recupero delle vecchie stalle abbandonate situate ai margini del borgo, per la creazione di un albergo diffuso: Borgotufi. Il recupero degli edifici è stato interamente realizzato con materiali autoctoni, prefigurando così anche una operazione di riqualificazione ambientale. La struttura è rivolta soprattutto a un nuovo turismo sostenibile che metta insieme aspetti ambientali, trekking, rafting, gastronomia e tradizioni locali secondo un’ottica di integrazione bilanciata delle risorse del territorio. Detto e fatto ciò il sindaco non si ferma. Obiettivo ambizioso di Lino Gentile è quello di generare un’emigrazione di ritorno, dunque dare la possibilità a chi è partito da Castel del Giudice verso paesi lontani per necessità, di tornare nella sua terra di origine.



Castel del Giudice, meta di turismo consapevole
​Castel del Giudice oltre a essere un simbolo di rinascita è l’idea per un viaggio consapevole che regala benessere al cuore, alla mente e all’anima del viaggiatore in cerca di storie virtuose. E come sottolineato da Rossano Pazzagli, “al centro ci sono due cose: il territorio e il sapere. La necessità di combinare saperi esperti e saperi contestuali, capitale economico, sociale e territoriale. La guida di oculate amministrazioni locali e la partecipazione attiva degli abitanti risultano gli strumenti primari per trasformare una situazione di marginalità e di abbandono in occasione di sviluppo sostenibile che punta sulle risorse endogene. Tutto ciò si configura dunque come un’interessante forma di governance orizzontale e partecipata che punta alla valorizzazione delle risorse patrimoniali, contrastando l’abbandono degli edifici pubblici, la perdita di terreni agricoli di qualità e il degrado di strutture produttive un tempo legate alla zootecnia. Castel del Giudice ha lanciato così un messaggio per tutti i territori dell’osso: la dimostrazione che quando si riescono a creare le condizioni per fare e far durare le cose, le condizioni reali e mentali dell’arretratezza e dell’isolamento possono essere superate. E che non tutto è perduto”. Anzi costituisce le fondamenta per una virtuosa rivoluzione sostenibile. 



Con lo sguardo sempre verso il futuro verso un’economia fondata sulla “restanza”.
​L'antropologo Vito Teti ha definito l'esperienza di Castel del Giudice "una boccata d'ossigeno" e un esempio concreto di come si possa "restare in movimento", ovvero abitare i margini senza essere marginali, ma anzi diventando centrali nella produzione di innovazione sociale. Guardando al futuro l'obiettivo non è la mera conservazione dell'esistente, ma la costruzione di una nuova abitabilità. Castel del Giudice si configura oggi non come un rifugio nostalgico, ma come un laboratorio avanzato dove si sperimentano forme di welfare comunitario, agricoltura sostenibile e turismo esperienziale, dimostrando che la rinascita è possibile solo quando una comunità smette di attendere salvatori esterni e decide di farsi imprenditrice del proprio destino.

Castel del Giudice dimostra che l'abbandono non è un destino ineluttabile scritto nella geografia o nella storia, ma l'esito di processi reversibili. La sua rinascita non è una "favola" perché non c'è stata magia: c'è stata fatica, conflitto, rischio d'impresa e una pianificazione ventennale e la visione di un sindaco capace di sognare sempre con i piedi per terra.