Gli alberi di fuoco e la festa di Sant'Antonio Abate


A cura di: Redazione e Paolo Simoncelli | Foto di Paolo Simoncelli

Le farchie di Fara Filiorum Petri bruciano nel gelo della notte per rievocare il prodigio e riscaldare le radici di una comunità antica

L’aria tagliente di gennaio scende dai picchi della Maiella e avvolge le case di Fara Filiorum Petri. Nel piazzale della chiesa di Sant’Antonio Abate il buio viene squarciato da una luce primordiale. Bruciano al gelo di gennaio i giganteschi “camini”, emettendo fiamme e scintille. La folla intorno grida controluce, quasi evocando ancestrali riti di iniziazione. Alcuni assistono allo spettacolo sul muretto del cimitero, altri si muovono tra i monumentali steli alti nove metri, larghi ottanta centimetri, pesanti sette quintali. Un tempo le farchie erano ancora più grandi: alte 12-13 metri, larghe 120-130 centimetri, pesanti una tonnellata. Sono sedici, una per rione.

 

Il giorno della festa le farchie vengono trasportate sui trattori, alcune a mano col suonatore di trevucette a cavalcioni. I portatori soffrono sotto l’immane fardello. Al suono di fisarmoniche e organetti, le ciclopiche strutture legate con rami di salice rosso procedono verso il piazzale. Qui l'attesa si fa fatica fisica e sudore nonostante la temperatura sotto lo zero. Per il loro innalzamento servono esperienza e molto ingegno. Sono i capifarchia a dirigere i lavori. Servono scale, corde. E corpi di uomini inarcati che fanno leva coi piedi puntati mentre lentamente salgono al cielo.

La memoria collettiva riporta al 1799, quando i francesi marciavano verso Fara Filiorum Petri con l’intento di saccheggiarla. I faresi erano pronti a contrastare il nemico. In loro soccorso, in località Colle, intercesse Sant’Antonio Abate. Apparve sotto le spoglie di un vecchio, intimando ai francesi di fermarsi. Al rifiuto trasformò le querce della serra in enormi alberi di fuoco. Le fiamme arrivavano al cielo. Terrorizzati, i francesi si diedero alla fuga: la città era salva. Da allora, ogni 16 gennaio, in onore del Santo, giganteschi fasci di canna, le farchie, vengono bruciate per rinnovare quel patto di protezione.

 

Raggiunta la verticalità, tra canti, balli e fiaschi di vino, le mastodontiche strutture vengono bruciate, al crepuscolo, sprigionando bagliori ancestrali. Il crepitio delle canne secche domina il silenzio della valle mentre il calore si fa insopportabile per chi sta troppo vicino ai giganti di fuoco. Il rito rinsalda le radici. Riscalda i cuori. Per la festa arrivano emigrati da ogni angolo del mondo. Tutti alla ricerca dei sacri fuochi che scacciano le tenebre. La cenere calda cade lenta sul terreno ghiacciato e il fumo denso sale dritto verso le stelle, portando con sé le preghiere e le speranze di una terra che non dimentica.

Luogo: Fara Filiorum Petri (CH), Abruzzo