Santarcangelo, i cantastorie tra i cornuti e la Fiera di San Martino
Piazza Ganganelli, Santarcangelo di Romagna (RN), Emilia-Romagna
A cura di: Redazione e Paolo Simoncelli | Foto di: Paolo Simoncelli
Nella città di Tonino Guerra rivive l'antica arte dei poeti di piazza mentre le corna appese all'arco di piazza Ganganelli attendono chi ha qualcosa da nascondere
A Santarcangelo di Romagna, durante la fiera di San Martino, le corna infiocchettate di un bue appese all’arco di piazza Ganganelli attendono le proprie “vittime”. Chi ha fatto qualche scappatella dovrebbe evitare di passarci sotto: le corna incomincerebbero a dondolare. Meglio sprofondare nella babele di folla che per una settimana brulica nella città di Tonino Guerra. Prima o poi si viene attratti da una voce che si accompagna a una chitarra, un organetto, un tamburello o una fisarmonica; una di quelle voci che non si sentono più. Sono i cantastorie che ogni anno a novembre migrano qui a Santarcangelo, come negli anni in cui andavano di piazza in piazza e la gente correva ad ascoltarli.
Erano loro, quando non c’era la televisione, a portare le notizie e a raccontare in musica e parole cosa succedeva nel mondo. Accompagnavano la ballata a smorfie e a poliedriche espressioni, come se le loro facce fossero di cera. Interpretavano i fatti, così la notizia diventava teatro. Quando arrivavano nei paesi, i cantastorie si appostavano in una stradina o in una piazzetta. Sistemavano un pannello con qualche storia a fumetti dipinta sopra e poi incominciavano a raccontare in musica di eventi tristi e lieti, di guerre e di politica, mettendo alla berlina questo e quello.
Una parte di questo mondo si ricompone ogni anno a Santarcangelo. Per due giorni i cantastorie si esibiscono nel centro storico, in piazza Ganganelli e ogni tanto in via Battisti. Negli anni sono arrivati da ogni parte d’Italia, con in testa la decana Dina Boldrini, la mitica e compianta artista di Castelfranco Emilia. È meraviglioso, nell’era in cui la qualità della musica ha toccato il fondo del barile, ascoltare vecchie ballate in rima e dialetti, vedendo gesti che ricamano l’aria.
Resta però una nota critica all’organizzazione: i cantastorie dovrebbero tenere i loro spettacoli sguinzagliati per il paese, liberi come un tempo di andare per vicoli e piazzette. Invece sono spesso ghettizzati sotto un tendone mentre, durante l'esibizione, giganteggia alle loro spalle l’insegna pubblicitaria di una banca. Nonostante ciò, la magia resiste. Quando l'ultima nota dell'organetto si spegne tra la folla della fiera, rimane la consapevolezza di aver assistito a un frammento di vita vera, dove la parola cantata ha ancora il potere di fermare il tempo e di raccontare l'anima di un popolo.

