Cocullo: la Festa di San Domenico
Cocullo (AQ), Abruzzo
A cura di: Redazione e Paolo Simoncelli | Foto di: Paolo Simoncelli
Nel borgo abruzzese rivive l'antico rito dei Marsi tra devozione e rettili in un grappolo di spire che avvolge il simulacro del Santo taumaturgo
All’inizio di primavera, quando il sole riscalda la campagna intorno a Cocullo, gruppi di giovani con sacchi di stoffa e bastoni lasciano il paese annidato a novecento metri d’altitudine e vanno in cerca di serpenti. Eredi di un culto precristiano legato agli antichi Marsi, i famosi inciarlatori di serpenti, i serpari rinnovano a maggio l’antichissimo rito in onore di Domenico, il Santo taumaturgo che protegge dal mal di denti, dalla rabbia e dal morso dei rettili. Le serpi vengono custodite in garage e scantinati, nutrite con uova sode e topolini, in attesa del momento sacro.
Il rito si compie ogni primo maggio, portando in strada una storia millenaria. A Cocullo il monaco benedettino si ferma sette anni lasciando come reliquia un dente e un ferro di cavallo della sua mula. Ecco perché il mattino della festa, nella chiesa a lui dedicata, i devoti tirano una catenella coi denti per mantenerli in salute. Poi raccolgono la terra benedetta che sta nella grotta dietro la nicchia del santo e la conservano come forza apotropaica. Nella chiesa della Madonna delle Grazie vengono benedetti i ciambellanti, dolci tipici portati in processione in equilibrio sulla testa da giovani in abito tradizionale.
Sul sagrato della chiesa di San Domenico, dopo la Messa delle undici, viene esposta la statua del Santo. Una folla immensa si accalca. Con gesti precisi e solenni, decine di mani allungano i serpenti verso la statua. In un vortice di traiettorie li depongono intorno al simulacro e alla fine il grappolo di spire striscia intorno al volto. Se il groviglio di bisce si mette di traverso ricoprendone gli occhi, è segno di sventura. Adempiuto il rito, parte la processione che si fa largo tra la folla: per un cucullese portare la statua di San Domenico è un onore, un atto di devozione.
Alla fine il simulacro fa rientro in chiesa. Subito dopo tutti vogliono posare per la foto: mani, braccia e volti appaiono avvolti dai rettili. Si distinguono il biacco, il saettone, la biscia dal collare e il cervone, lungo più di due metri, il maestro della mimetizzazione che qui tutti chiamano capetune. Sono rettili innocui che al massimo lasciano un arrossamento sulla pelle. Nei giorni a seguire, le bestiole vengono restituite alla natura, esattamente nello stesso luogo in cui sono state catturate. L'odore dell'erba calpestata e il fruscio delle scaglie sulla pietra accompagnano il ritorno alla quiete, mentre il borgo custodisce la memoria di un patto tra uomo e natura che il tempo non riesce a spezzare.

