A cura di Redazione e Paolo Simoncelli | Foto di Paolo Simoncelli
Nel cuore della Calabria il Sabato Santo si compie un rito di sangue e devozione dove il dolore fisico si trasforma in un’offerta ancestrale alla Vergine Addolorata
L'aria di Nocera Terinese si fa densa e pesante mentre il sole del Sabato Santo illumina i vicoli stretti del borgo. Qui, tra le pietre dei palazzi e il silenzio teso della folla, si consuma uno dei riti più crudi e magnetici del Mediterraneo. Protagonisti sono i Vattienti, uomini del paese che decidono di offrire il proprio sangue in segno di devozione o ringraziamento. Vestiti con una maglia e un pantaloncino nero, portano sul capo il manile, una corona di spine fatta di rami di asparago selvatico.
Il rito si compie nella mattinata del Sabato Santo, in concomitanza con la processione della Pietà. Il Vattiente si prepara colpendo le cosce e i polpacci con il "cardo", un disco di sughero su cui sono fissate tredici schegge di vetro tagliente. Il sangue inizia a sgorgare, rigando la pelle e bagnando il terreno, mentre un compagno, l'Accuacciu, versa del vino rosato sulle ferite per disinfettarle e favorire l'uscita del liquido. Non c'è traccia di sofferenza nei volti dei penitenti, ma una sorta di trance estatica che li spinge a correre per le strade del paese.
L'odore del vino si mescola a quello ferroso del sangue. Il Vattiente cerca l'incontro con la statua della Madonna Addolorata. Quando la processione e il penitente si incrociano, l'uomo si inginocchia e lascia la propria impronta di sangue sui gradini delle chiese o davanti alle edicole votive. È il momento del cardo e della rosa: il sangue rosso vivo contrasta con il candore dei fazzoletti usati per tergere le ferite. I colpi ritmati del sughero sulle carni risuonano come un battito cardiaco collettivo che coinvolge l'intera comunità nocerese.
Non è uno spettacolo per turisti, ma una pratica antropologica profonda che affonda le radici nel Medioevo e nella spiritualità estrema del Sud. Il sangue versato non è segno di disperazione, ma un legame fisico e indissolubile con il sacro e con la propria terra. Quando il rito termina e i Vattienti tornano nelle proprie case per curare le piaghe con acqua calda e rosmarino, la processione continua il suo lento cammino. Resta sulle pietre del borgo la traccia indelebile di un sacrificio che, ogni anno, rinnova un patto di fede antico quanto il dolore dell'uomo.
Luogo: Nocera Terinese (CZ), Calabria