Si svegliano all’alba e si avviano furtivi verso il bosco. Solitari, silenziosi, accompagnati dal loro cane. Percorrono sentieri noti solo a loro, seguono tradizioni quasi segrete, che si mantengono gelosamente in famiglia o tra maestro e discepolo. Nella nebbia del mattino, scavano concitati seguendo il minimo accenno del cane, poco più che un’intuizione: sono i cavatori di tartufo, inevitabilmente malati della “febbre della cerca”, una passione che può cogliere chiunque e che fonde assieme tradizione, cultura, storia. Una scelta di vita perché il “cercatore” o “trifolao", non conosce ferie né malattia, non lo ferma il gelo o la nebbia, esce tutti i giorni della settimana, domenica compresa, sempre prima dello spuntare del sole. Già nel 1400 un ordinamento di Spoleto regolava la professione del “tratufano” e stabiliva i dazi per l’esportazione del prezioso tubero. A Sellano, con lo scambio del “diritto di cava” si cancellò la tassa sul bestiame della Chiesa e si pagarono i servizi medici. La Val Nerina ha creato anche il suo cane tartuficolo, il Grifo Nero, un cercatore a quattro zampe resistente e docile. Del tartufo umbro parlano Plinio il Vecchio e Leonardo, Boccaccio e Gioacchino Rossini. Ne andava pazzo Napoleone e Lord Byron, lo Scià di Persia e Rasputin di Russia. La passione per il fungo più misterioso e delizioso dei boschi ha riempito pagine di erbari, trattati di magia, compendi medici e enciclopedie dall’epoca romana sino ai giorni nostri. Per questo, il comune di Vallo di Nera, famoso per il suo Nero del Nera, è diventato capofila tra gli Enti promotori della candidatura a Patrimonio Immateriale dell’Umanità della Cerca a Cavatura del Tartufo in Italia.
Tartufo nero della Val Nerina
Scritto il 23/07/2024
Testo e foto di Federica Botta e Alessandro De Rossi


