Africo Vecchio, il borgo della “perduta gente”

Scritto il 29/05/2024

Testo e foto di Paolo Simoncelli

La piazzetta è muta. Le fa ombra quel che resta della chiesa di San Salvatore. Aspetta solo il crollo: tetto sfondo, travi marce, marmi e stucchi a terra, tra escrementi d’animali. Da 73 anni Africo è un paese fantasma, eppure le memorie s‘affollano. Vanno dai ruderi al costone del torrente Aposcipo, a raccontare di una vita grama e dignitosa, andata avanti per secoli, cancellata in un battito d’ali. Domenica 14 ottobre 1951 nello sperduto borgo montano iniziò a piovere a dirotto. La pioggia cadde per quattro giorni, proprio mentre gli abitanti si apprestavano ai riti agresti che scandivano l’esistenza. Chi raccoglieva castagne, chi faceva legna. La pioggia acre, incessante interruppe ogni attività. Trovato riparo nella chiesa, la gente invocava il Padreterno che finisse. Ma non finiva. Sembra di sentirle le invocazioni, gli squittii di terrore nel silenzio popolato di ramarri. “Franavano montagne, crollavano le case, morivano le bestie”, scrive Vito Teti ne “Il Senso dei Luoghi”. Fiumi di fango trascinavano alberi e detriti. L’aria era rossa. La fine incombeva. All’alba, tra Africo e Casalnuovo, trovarono nove vittime. Il giorno stesso, 18 ottobre, gli scampati abbandonarono il paese. Partirono tutti insieme, dietro a Don Giovanni Stilo che portò con sé il Santissimo. E così Africo Vecchia che contendeva a Roghudi il primato di “luogo più infelice d’Italia”, divenne “il paese della perduta gente”. Per arrivarci bisogna superare il villaggio Carrà, l’ultimo avamposto di vita. Poi si cammina lungo la mulattiera di buche e sassi che unisce la ghost town al mondo. L’alternativa sono i potenti fuoristrada, meglio un veicolo lunare. La prima memoria, la Scuola Elementare, è una scatola vuota sul selvaggio panorama dei boschi. I monconi delle case dove convivevano uomini e animali, a malapena spuntano dalla vegetazione. Oggi ci sono serpi. I cespugli spinosi dell’Aspromonte s’aggrappano alle magliette di chi arriva. E supplicano: “Ti prego, non te ne andare”.