Gli “uomini neri” di Serra San Bruno sono in via di estinzione. E insieme a loro le carbonaie, coni alti 4-5 metri e larghi 15, costruiti tra i boschi, nei terrazzamenti ripuliti dagli arbusti. Sono pochissime le famiglie che producono il carbone come un tempo. Mestiere duro. Tecniche di lavoro trasmesse da secoli, di generazione in generazione. Non ci sono orari. A volte bisogna restare anche la notte. Basta un’avaria della carbonaia, per esempio il fuoco che anziché verso il basso tira verso l’alto, per perdere quintali di carbone e l’intero guadagno. Ci vogliono pazienza e occhio clinico. Si guarda e si ascolta. Per esempio si guarda il colore del fumo che sale dalle fumarole, i buchi praticati coi bastoni, i pungiaturi, nelle carbonaie. Se è bianco la combustione è lontana, se è azzurro il carbone è fatto. Bisogna aspettare alcuni giorni che la carbonaia raffreddi e alla fine, riempiti i sacchi di carbone, si caricano i camion diretti in Puglia, in Sicilia, in Sardegna. Una volta il carbone serviva come combustile per le case, oggi le richieste arrivano solo da ristoranti, macellerie, pescherie. La cosa certa è che il carbone di Serra San Bruno è il migliore del mondo. Occorrono molte giornate di lavoro per costruire una carbonaia. Il primo passo è l’assemblaggio del camino centrale della carbonaia, aperto sulla sommità. È formato da tronchi di legno di 70-80 chili, innalzati dal basso verso l’alto. Poi si sistemano i pezzi di leccio tagliato con accetta e motosega, i più grandi poi i più piccoli, dall’interno verso l’esterno. Quando la struttura è completata, viene ricoperta da uno strato di paglia che fa da isolante, se infatti la terra entra, il legno non brucia, e poi da uno strato di terra. Alla fine viene accesa la carbonaia introducendo tizzoni ardenti nel camino centrale. Va alimentata una volta al giorno per 10-15 giorni, a seconda della dimensione. E alla fine il carbone è pronto.
Carbonaie Serra San Bruno, gli uomini neri
Scritto il 29/05/2024
Testo e foto di Paolo Simoncelli


