L’Osteria Giorgione ha cambiato gestione. Lucio Bisutto qui non canta e non suona più. In realtà per lui è cambiato poco. L’oste menestrello che a undici anni faceva il portapane, suona dove gli va, dove lo chiamano. Continua a indossare la chitarra come una seconda pelle. È stato il padre, Capitan Bruno, pescatore, comandante del piroscafo che accompagnava i turisti a Venezia, a trasmettergli la passione per le canzoni folkloristiche veneziane. Per quasi trent’anni, mentre svolazzava tra i tavoli la busara con scampi e zucchine della moglie Ivana, ha rallegrato i clienti con le vecchie ballate della laguna. Do rose in scarsela, Pope, Oeh, il grido dei gondolieri quando s’incrociano nei canali, Do basi de fogo, Kankara, ironica ballata sulla crisi coniugale. “Ma va remengo kankara. Mi no te vogio più”. “La tradizione melodica veneziana”, dice, “era il condimento di tutti i piatti”. Una volta entrò nel locale Keith Richards. Lucio gli allungò la chitarra. Non credeva ai suoi occhi quando arrangiò Satisfaction a tutto volume. Un’altra volta si presentò Schröder insieme a quindici guardie del corpo. Nonostante gli inviti del Danieli e del Bauer, il premier tedesco tornò cinque sere di fila da Lucio. Preferiva cantare insieme a lui. Ha una voce potente Lucio, tenorile, suadente. E un cuore di zucchero. Una volta, dopo i concerti, andava spesso a suonare sotto le stelle insieme a un amico violinista, Alberto De Meis. Uno niente male. Ha suonato con Pavarotti, Bergonzi, Katia Ricciarelli. Era una magia sentire chitarra e violino nel silenzio delle calli. Ne sono passati di anni ma ogni tanto, nelle sere tranquille, limpide, Lucio ci va ancora a suonare. Da solo, alle due-tre di notte, a piazza San Marco deserta o seduto su un ponte vuoto. “Ci vado per il piacere di cantare. Il silenzio, la musica. E Venezia deserta intorno a me, che in fondo non cambia mai”.
Lucio Bisutto, il menestrello delle calli di Venezia
Scritto il 27/05/2024
Testo e foto di Paolo Simoncelli


