Marcello Meucci da Tobbiana di Montale, era un pittore. Se n’è andato nel 2021. Abitava a Prato ma tornava spesso nella campagna di Castiglioni, frazione di due o tre casette vicino a Treppio. La sua è una storia lunga da raccontare. Complicata. Era uno dei bimbetti vissuti tra il ‘47 e il ‘50 nel “lager” del tristemente famoso Istituto dei Celestini, l’Istituto Maria Vergine Assunta in Cielo diretto da sadici demoni vestite da suore. Storie di torture, sevizie, violenze, vessazioni di ogni genere. Bimbi come lui, di quattro-sette anni, costretti a disegnare croci con la lingua sul pavimento, a leccare l’urina, rinchiusi in cantina, inondati di gavettoni gelati d’inverno. Tutto questo, il dolore, la sofferenza, sinistre, ieratiche figure dalle tinte cupe, senza il guizzo di un’emozione, è immortalato in molte sue tele, il così detto periodo dei Celestini appunto. Fa seguito al primitivo periodo figurativo dove trionfavano ritratti e paesaggi tranquilli, sereni, tinte ovattate. Sono le atmosfere assorbite da Soffici e Rosai. Il terzo periodo è quello dedicato alla difesa nucleare, a faccende di bombe H e cose del genere. La pittura, forse, ha salvato Marcello. L’arte come terapia. Al di là della bellezza struggente dei quadri, ciò che rimane impresso è il mistero di come occhi che avevano visto il grande dolore, potessero trasmettere una simile calma interiore. Alcuni anni fa la pro loco di Tobbiana ha organizzato uno spettacolo teatrale ispirato ad alcune sue opere dedicate alla favola di Pinocchio. Lo spettacolo ha molto divertito i bimbi. “Marcello li ha fatti felici”, dicevano le cronache. Proprio lui che, per ironia della sorte, fu il più infelice dei bambini.
Marcello Meucci, il lager nella tela dell'artista di Tobbiana
Scritto il 12/05/2024
Testo e foto di Paolo Simoncelli
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