Risaie vercellesi, specchi d’acqua

Scritto il 13/05/2024

Testo e foto di Paolo Simoncelli

Nella piana di Vercelli, ad aprile, un rumore d’acque rompe il silenzio dei mesi invernali. Le risaie diventano specchi. Volano aironi e garzette. I becchi degli ibis smuovono il fango. Dopo nebbia e galaverna il colore dominante è l’azzurro del cielo. Anche quest’anno i contadini camminano in equilibrio su argini e canali d’irrigazione. A marzo hanno rotto le zolle ghiacciate, poi hanno spianato la terra con l’erpice preparandola alla semina. Vanno avanti e indietro a bordo di trattori dai giganteschi dischi di metallo. I ramponi rimescolano il fertile fondale. È lo strato di humus di trenta centimetri sul quale si posa un altro strato di argilla, uno di ghiaia e un altro ancora d’argilla. In quale angolo d’Italia il seme del riso trova un terreno così fertile? La strada serpeggia tra spicchi d’acqua alla ricerca di colline da dove contemplare il panorama delle risaie allagate. Non è difficile immaginare il tempo remoto, intorno al 1100, in cui i monaci cistercensi arrivati dalla Borgogna su invito del marchese di Monferrato, bonificarono le aree paludose che si estendevano da Vercelli a Trino, per trasformarle in terreni agricoli. Poi sono spuntate le operose grange, le aziende agrarie dipendenti dai monasteri. Bisognerebbe vederle a metà primavera le risaie, quando il mare a quadretti riflette i colori fino al profilo lontano delle Alpi. Già, l’acqua, la culla dove al riparo da vento ed escursioni termiche crescono le piantine raccolte a fine estate. Le strade della campagna vercellese sono avvezze allo spettacolo ma ogni volta restano incredule perché attraversano un patchwork di terre liquide. Nei giorni irreali, uomini e cose si sdoppiano nei riflessi. Non ci sono punti di riferimento. I pali della luce indicano il cammino.



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