Carnevale delle Maschere Zoomorfe tra le strade di Isernia

Isernia (IS), Molise


A cura di: Stefano Raso | Foto di Aleš Kravos, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Il respiro ancestrale delle bestie attraversa la pietra antica mentre il suono dei campanacci rompe il silenzio della sera e il rito riporta l'uomo alle sue origini selvatiche.

L'aria fredda di Isernia taglia il viso e porta con sé l'odore pungente della lana grezza e del cuoio bagnato. Il cielo si tinge di un blu elettrico mentre le ombre si allungano sui palazzi del centro storico. Non ci sono coriandoli né musiche elettroniche. Il silenzio è interrotto solo da un rintocco cupo che vibra nello stomaco. Sono i campanacci. Pesanti bronzi battono contro i fianchi di uomini trasformati in creature millenarie. Le maschere zoomorfe prendono possesso dello spazio urbano e trasformano la città in un palcoscenico arcaico.

A marzo le strade si riempiono di figure che sembrano emerse da un passato senza tempo. L'Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno irrompe sulla scena con corna ramificate e pelli scure. Il suo corpo freme e i gesti sono quelli di un animale braccato. Accanto a lui le Janare urlano al vento mentre il rito della caccia si compie sotto gli occhi della folla immobile. La terra vibra sotto i piedi dei presenti. Non c'è distanza tra chi guarda e chi agisce. Il fumo delle torce sale verso l'alto e irrita gli occhi ma nessuno si sposta.

Le maschere arrivano da tutta Europa per questo raduno di antropologia viva. Gli Shamanu dall'Albania o i Momogeri dalla Grecia danzano con passi cadenzati. I Kurenti sloveni agitano bastoni di legno e piume colorate. Il rumore è costante e ipnotico. Si dice che questo frastuono serva a scacciare gli spiriti dell'inverno e a risvegliare la natura dal suo sonno profondo. Le origini di queste manifestazioni risalgono a epoche pre-cristiane quando il confine tra il mondo umano e quello animale era sottile e permeabile. La storia si mescola al mito tra le pietre di Isernia.

Le pelli di pecora emanano un calore selvatico che contrasta con la temperatura gelida della piazza. Gli sguardi sono nascosti dietro legni intagliati o maschere di metallo. L'identità individuale scompare per lasciare spazio alla funzione rituale. Un gruppo di orsi avanza con andatura pesante e agita catene di ferro contro il selciato. Il metallo stride e produce scintille. La paura e la meraviglia si fondono in un'unica emozione collettiva. Ogni salto e ogni urlo appartengono a una grammatica simbolica che la comunità riconosce come propria.

La pietra della cattedrale riflette la luce tremolante dei fuochi. Il rito non cerca la perfezione estetica ma la forza bruta della terra. Le maschere non sfilano ma occupano il territorio con una violenza simbolica necessaria. La fatica si legge nei muscoli tesi dei figuranti che reggono pesi enormi per ore. Il sudore cola sotto le maschere e bagna il pelo delle bestie. Il richiamo dei corni risuona tra i vicoli stretti e rimbalza contro i portoni chiusi. Il tempo sembra essersi fermato in un eterno presente dove il progresso non ha ancora cancellato il bisogno di sacro.

L'evento volge al termine quando le ultime torce si spengono e il fumo si dirada sopra i tetti. Le creature rientrano nell'ombra e lasciano dietro di sé un senso di vuoto e di attesa. Il rumore dei campanacci si affievolisce in lontananza fino a diventare un sussurro. Resta solo l'odore della cenere e la consapevolezza di aver assistito a qualcosa che appartiene alle radici più profonde dell'uomo. La notte riprende il suo dominio e il rito si chiude nel silenzio della pietra.