Lo Storico Carnevale di Ivrea e la battaglia delle arance

Ivrea (TO), Piemonte


A cura di: Stefano Raso | Foto di Baldo Simone, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Dalla sfilata della Mugnaia alla celebre battaglia nelle piazze: la città piemontese rievoca la ribellione contro il dominio feudale trasformando le strade in un teatro di lotta e tradizione.

A Ivrea, l'atmosfera di febbraio è segnata dal rullo dei tamburi che riecheggia tra i vicoli del centro storico. Nelle piazze, la folla indossa il Berretto Frigio: la lunga cuffia rossa che, fin dall'epoca rivoluzionaria, simboleggia l'appartenenza a un popolo libero e la fine dell'oppressione feudale. Il colore acceso dei copricapi contrasta con il grigio delle architetture medievali e delle facciate barocche, mentre il passaggio delle divise napoleoniche dello Stato Maggiore scandisce l'inizio delle celebrazioni. Tra i balconi parati a festa, la città attende l'inizio del rito che trasformerà le strade in un teatro di rievocazione e lotta.

Il corteo storico avanza lungo le vie del centro. La Mugnaia, figura centrale del rito, guida la sfilata dal carro dorato distribuendo mimose e caramelle. Il suo personaggio rievoca Violetta, la figlia del mugnaio che, ribellandosi alla pretesa dello jus primae noctis, decapitò il tiranno dando inizio alla rivolta popolare. Dietro di lei sfilano il Generale e lo Stato Maggiore, caratterizzati dalle uniformi di epoca napoleonica. La sfilata è scandita dalle note della Canzone del Carnevale, eseguita da pifferi e tamburi secondo una tradizione documentata fin dal XIX secolo.

Improvvisamente il rumore dei carri da getto rompe l'armonia della sfilata. I cavalli nitriscono mentre le ruote di legno sussultano sulle pietre. Negli ultimi tre giorni di Carnevale, tra la domenica e il martedì grasso, la città si trasforma in un campo di battaglia. Gli aranceri a piedi attendono l'arrivo dei carri protetti solo da tuniche leggere e dal coraggio. I lottatori sui carri indossano invece maschere di cuoio con grate di ferro e pesanti imbottiture. Quando il carro entra in piazza il tempo si ferma per un istante. Poi esplode il caos.

Migliaia di arance fendono l'aria come proiettili ambrati. Gli aranceri a piedi caricano in gruppo e lanciano i frutti verso l’alto con precisione chirurgica. Gli uomini sui carri rispondono con forza e velocità raddoppiata. Non c'è odio nei gesti ma una foga agonistica che rasenta il sacro. I corpi si muovono in una danza di attacchi e ritirate. Il suolo scompare sotto una poltiglia densa di polpa e bucce. Le scarpe affondano in questo tappeto arancione che ricopre ogni centimetro della piazza. I rioni storici si riconoscono dalle maglie colorate: le divise dei Tuchini, della Morte, degli Scacchi o dei Picche brillano sotto il sole pallido del Piemonte. Ognuno difende la propria piazza con una fierezza che affonda le radici in secoli di rivalità cittadina. La violenza del lancio è reale ma regolata da un codice d'onore non scritto che impone il rispetto verso l'avversario.

Al tramonto la battaglia si placa e il rumore degli zoccoli si allontana verso le stalle. Resta il silenzio rotto solo dai passi di chi torna verso casa tra le strade scivolose. La città è esausta ma vibrante. Il rito della rivolta si è compiuto ancora una volta. La sera il buio avvolge i resti della lotta e le luci dei lampioni riflettono l’oro degli agrumi calpestati. La celebrazione si conclude con il rogo degli Scari, alti pali di legno rivestiti di erica secca che vengono incendiati nelle piazze dei rioni. Le fiamme illuminano i profili dei palazzi medievali e i volti della folla radunata nel silenzio della notte. Secondo la tradizione, la velocità con cui il fuoco consuma la vegetazione e l'altezza della fiamma sono interpretate come auspicio per l'anno a venire. Il fumo si disperde nel cielo sopra la Dora Baltea, segnando la fine del rito e il ritorno della città alla quotidianità, dopo i giorni della rivolta simbolica.