Carnevale di Mamoiada: il passo cupo dei Mamuthones

Mamoiada (NU), Sardegna


A cura di: Stefano Raso | Foto di Gianni Careddu, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Il ritmo dei campanacci scuote la terra sarda mentre maschere di legno e pelli di pecora celebrano un rito arcaico tra i vicoli della Barbagia.

Il fumo denso del legno di rovere avvolge le strade strette e sale verso il cielo livido di Mamoiada. L'aria punge i polmoni e trasporta l'odore selvatico delle pelli bagnate. Qui il silenzio non è assenza di suono ma attesa di un battito. Nel pomeriggio del 17 gennaio, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, il rito si compie per la prima volta nell'anno e si ripete poi nei giorni del carnevale. La folla si accalca lungo i marciapiedi. Gli sguardi sono fissi sul fondo della via dove il buio sembra addensarsi.

Improvvisamente il suolo vibra. Un rintocco pesante e metallico frantuma la quiete del borgo. Appaiono i Mamuthones. Avanzano in due file parallele con le spalle curve sotto il peso di trenta chili di campanacci legati da cinghie di cuoio. Le maschere di pero selvatico mostrano lineamenti grotteschi e sguardi fissi nel vuoto. Non ci sono sorrisi. Il passo è una danza faticosa e sincrona. Ogni balzo fa sussultare il grappolo di bronzo e ferro sulla schiena. Il suono prodotto è un boato sordo che rimbomba nelle viscere di chi osserva.



Accanto a queste figure oscure si muovono gli Issohadores. Indossano giubbe rosse e maschere bianche dai tratti gentili che contrastano con il nero dei Mamuthones. Si muovono veloci e agili. Stringono tra le mani la soha, una corda di giunco intrecciato che lanciano con precisione tra la folla. Il cappio si stringe intorno alle spalle di un passante. È un gesto di cattura simbolica che si dice porti fortuna e fertilità. Il prigioniero sorride mentre la corda viene ritirata per cercare una nuova preda.

Le origini di questa processione si perdono in secoli lontani. Alcuni studiosi ipotizzano cerimonie di vittoria contro gli invasori o riti legati al ciclo agricolo e alla venerazione degli animali. Eppure per gli abitanti di Mamoiada il senso risiede nel gesto stesso e nel peso della tradizione che si trasmette di padre in figlio. La vestizione avviene in segreto. È un momento di trasformazione dove l'uomo scompare per lasciare spazio alla maschera. Ogni cinghia deve essere stretta con forza. Ogni campana deve trovare la sua posizione esatta per non stonare nel coro collettivo.

Il freddo della sera morde le mani dei presenti ma nessuno abbandona la postazione. Il vino rosso scorre nei bicchieri e scalda gli animi mentre i fuochi di Sant’Antonio continuano a ardere nelle piazze. Il crepitio delle fiamme accompagna l'incedere delle maschere. Il contrasto cromatico tra il nero delle pelli e il bianco delle maschere degli Issohadores crea un effetto ipnotico sotto la luce delle torce. Non ci sono carri allegorici o coriandoli. Il carnevale qui ha il volto della fatica e la voce di un tempo antico che non vuole essere dimenticato.

La processione prosegue fino a quando la luce del giorno svanisce del tutto. I Mamuthones ora sono ombre imponenti che solcano la penombra. Il ritmo del passo rallenta ma la precisione del colpo rimane costante. L'odore del grasso animale e della polvere si mescola a quello dei dolci tipici offerti nelle case aperte. Il rito volge al termine ma l'eco dei campanacci resta sospesa nell'aria gelida e vibra ancora nelle pietre delle case. La comunità si ritrova intorno alle ceneri dei fuochi. Il borgo torna lentamente al silenzio mentre le maschere vengono riposte con cura. L'ordine del mondo è stato ristabilito per un altro anno.