Uomini da marciapiede, i pittori dell’effimero.

Piazzale Santuario, Grazie Curtatone (MN)


A cura di: Paolo Simoncelli | Foto di Paolo Simoncelli

Asfalto, gessetti e Madonnari. Sul sagrato di Grazie insieme ai fior di loto, fiorisce ogni anno la maratona artistica più “terrena”. 

A Ferragosto, sul sagrato del Santuario di Grazie di Curtatone, seicento anime fluviali sul Mincio, se uno abbassa lo sguardo, vedrà mirabolanti figure disegnate a colpi di gessetto. 
Con la temperatura intorno ai quaranta gradi, santi e Madonne, angeli e cherubini, mostri e anime risorte, sono cristallizzati sull’asfalto.   

Il contraltare del concorso pittorico mantovano, è il Madonnaro ridotto a un fuligginoso spazzacamino, madido di sudore, torso nudo o canottiera, sandali o piedi nudi, impalpabile, assorto, poco incline alle parole.  Sotto cappelli d’ogni foggia e dimensione, dà colpi di gessetto sotto ombrelli e ombrelloni. Ogni tanto si alza per osservare le modifiche da apportare: un giallo più intenso, una strofinatina all’azzurro per renderlo più etereo, un guizzo di rosso alla guancia poco rubiconda.  Insieme ai Madonnari appaiono all’altezza delle suole i loro strumenti di lavoro: asfalto come tela, dita ossute o paffute, piattino delle offerte, gessetti alla rinfusa, scorte d’acqua. 



In un gessetto il messaggio di San Francesco

Ogni volta che si passa l’opera è diversa da prima. C’è una mano in più, un volto più luminoso, un altro angelo dietro le nuvole, una Madonna settecentesca più serena o una cinquecentesca più malinconica. Può anche succedere di trovare l’opera senza il “padrone” perché dopo tanto lavoro sotto il sole rovente, il Madonnaro schiaccia un pisolino dentro una canadese o in riva al Mincio che scorre poco lontano, davanti ai fior di loto. Non è facile lavorare sull’asfalto tremulo dove si potrebbe cuocere un uovo.  Siamo a un tiro di fionda da Curtatone.

Qui, il 29 maggio 1848, andò in scena la battaglia tra il generale Radetzky e gli studenti toscani venuti a contrastare la sua marcia. Potrebbe essere un buon soggetto per il concorso pittorico, se non altro perché molti giovani studenti persero la vita ma sarebbe fuori tema. Il concorso pittorico in voga dal 1974 ha come tema l’iconografia religiosa. I Madonnari traggono ispirazione dalla Bibbia, dal Vecchio e Nuovo Testamento. Quest’anno in particolare, ottavo centenario della morte del poverello di Assisi, il tema del concorso, “Il messaggio di San Francesco nei colori dei Madonnari”, sconfinerà nella spiritualità francescana. È stata la maestra madonnara bergamasca Giulia Monzani, vincitrice dell’edizione 2025, a realizzare la locandina che ritrae il santo coi gessetti tra le mani, un airone, la Vergine e un fior di loto.



Maratona d’asfalto

Dal 1973, quest’anno cade la cinquantaduesima edizione, hanno partecipato al concorso pittorico Madonnari da ogni parte d’Italia e del mondo: Stati Uniti, Ecuador, Spagna, Russia, Germania, Romania, Giappone, Cile, Mali, Mongolia, pochi con la qualifica di Maestri Madonnari, alcuni di Madonnari Qualificati, la maggior parte di Madonnari Semplici, tutti in grado di realizzare opere pregne della tensione tragica del passato o talmente visionarie da indicare nuove strade. La qualità conta ovviamente ma il messaggio è già un buon inizio.  Nel giugno del 1991, venne in visita al Santuario Papa Giovanni Paolo II. Si inginocchiò tracciando i segni grafici, semplici, appena accennati, che divennero il logo del Centro Italiani Madonnari. Quest’anno ci sarà una rivoluzione, i Madonnari avranno due notti per realizzare le loro opere, tempo in più per vedere l’opera che prende forma. L’inizio del certamen artistico è fissato per le 18 del 13 agosto, subito dopo la rituale benedizione dei gessetti da parte del vescovo di Mantova, proseguirà il giorno dopo per terminare alle 16 del Ferragosto.  Esiste maratona artistica più lunga e articolata?

L’altro motivo in più di sprofondare nel concorso pittorico sarà tecnico perché la superficie del sagrato subirà un trattamento particolarissimo, una miscela di pasta bituminosa, colla da parati e sapone di Marsiglia. È la “pozione magica” di Kurt Wenner, maestro madonnaro pioniere della street art prospettica, una sorta di Mago Merlino a stelle e strisce, che renderà la resa cromatica delle opere ancora più brillante.  C’è però una regola imprescindibile. I Madonnari possono utilizzare gessetti, pastelli idrosolubili, polveri di gesso o pigmenti in polvere. Vietatissimi olii, colori spray e acrilici.



Sacro e profano

La storia del Santuario e dell’affollatissima Fiera delle Grazie, si perde nel passato. Tanto tempo fa, proprio qui, sulle rive del Mincio, c’era un tempietto con l’immagine della Vergine. Chi abitava qui, boscaioli e pescatori, veniva a venerare la sacra effige. Miseria e malaria erano brutte compagne e la fede pareva l’unica terapia. E così, ogni giorno, deposti gli attrezzi del lavoro, gli abitanti chiedevano la grazia. A volte la Madonna li esaudiva. E loro ritornavano per offrire ex-voto.  La fama della Madonna del Mincio che faceva miracoli tra voli d’uccelli e guizzi di pesce, valicò i confini. Incominciarono ad affluire folle da ogni dove, compresi mercanti, nobili e sovrani. Uno di loro, Francesco Gonzaga, per scongiurare la fine di una epidemia di peste, era il 1398, fece voto di innalzare un tempio da dedicare alla Madonna. A seguito dello scampato pericolo, i mattoni crebbero in fretta, così nel 1406, il Santuario disegnato dall’architetto Bartolino da Novara, costato trentamila scudi d’oro, era pronto per stupire. Vi si insediò una comunità di francescani. Di pari passo, sul piazzale del Santuario, l’incessante affluire di pellegrini generò brulicanti attività. Arrivò anche una corte dei miracoli di saltimbanchi e girovaghi.  Era un caos di merci e uomini, tanto che l’11 agosto 1425, il marchese di Mantova Gianfrancesco Gonzaga istituì il libero mercato delle merci di Grazie. Pubblicò la prima grida, l’ordinanza comunale che regolamentava i traffici. Per esempio, era stabilita la distanza della fiera dal Santuario, le merci che si potevano esporre e i relativi prezzi.

Oggi come un tempo, davanti al Santuario, nell’infuocata estate mantovana, sacro e profano s’incontrano. Da una parte le bancarelle stipate di merci, dall’altra il Santuario e la “spiritualità” dei Madonnari.  Sono gli eredi di quei personaggi sempre al verde, pieni di estro che un tempo usavano i colori ricavati da terre e pigmenti naturali per riprodurre le opere dei Maestri del Rinascimento. Perennemente logori e polverosi, lavorano rasoterra e le loro opere sono a disposizione di tutti, ricchi e poveri, alti e bassi, belli e brutti.



Opere d’arte come sermoni 

La loro è una missione spirituale. Purifica, istruisce di porta in porta, di villaggio in villaggio. Con le immagini dipinte e non coi sermoni diffondono la via della salvezza.
Il gessetto è la loro voce, le dita i pennelli, lo sguardo l’orizzonte. Chi andrà al raduno di Grazie, ne vedrà un bell’assortimento, il modo migliore di entrare in un’altra dimensione. Rasoterra, a livello dei marciapiedi si respirano umori ancestrali. Il segno del gessetto resterà a terra per tutto il tempo che il destino vorrà. Scolorirà, appassirà a volte in modo lento, per rendere meno doloroso il distacco oppure se ne andrà in fretta, cancellato dal vento, dalla pioggia, dalle suole delle scarpe. Passo dopo passo spunterà di nuovo l’asfalto e alla fine dell’opera non resterà nemmeno il ricordo.  L’unico modo di non farla morire è scattare una fotografia, conservarla nel portafoglio o nella memoria. Non c’è altra via d’uscita. I Madonnari sono i pittori dell’effimero.