Il Grande Cretto di Gibellina: il sudario di cemento di Burri

Gibellina TP

4412 km


A cura di: Enrico Caracciolo | Foto di Enrico Caracciolo

Sulle macerie della vecchia Gibellina, Alberto Burri stende una colata bianca di ottantamila metri quadrati per trasformare il trauma in memoria collettiva.

Il bianco accecante del cemento copre interamente il pendio dove sorgeva la vecchia Gibellina, distrutta dal terremoto del Belice nel 1968. Alberto Burri progetta quest’opera di land art tra il 1984 e il 1989, completata definitivamente solo nel 2015. Il Grande Cretto si presenta come un’immensa distesa di blocchi irregolari, alti circa un metro e sessanta, che ricalcano con precisione l’antico tracciato viario del centro storico. Le fessure percorribili tra le quinte di cemento riproducono la planimetria di vicoli e strade, permettendo di camminare fisicamente nel vuoto lasciato dalle abitazioni crollate.

Qui il silenzio è interrotto solo dal sibilo del vento che incanala l'aria tra i corridoi geometrici. La superficie materica del cemento, segnata da rugosità e crepe volute dall'artista, richiama la texture dei suoi famosi cretti su tela, ma su una scala monumentale che misura circa trecento metri per duecentottanta. Ogni blocco racchiude al suo interno le macerie consolidate della città originale, sigillando i detriti sotto una colata protettiva. Il sole siciliano batte sulle superfici inclinate, creando ombre nette che variano con il passare delle ore. Camminare in questo labirinto significa attraversare un monumento funebre che non nasconde la tragedia, ma ne cristallizza le forme. L'opera non è un semplice memoriale, bensì un innesto architettonico che trasforma un luogo di morte in un’esperienza visiva e tattile di assoluta astrazione.