Rabatana

52 Via Duca degli Abruzzi Tursi MT


Consigliato da: Paolo Simoncelli

Rabatana, la centesima meraviglia

‘A pitrizze è la frontiera. Nessun controllo tra i selvaggi valloni. È il vento il lasciapassare. In basso Tursi, il paese che s’allunga tra i rioni San Filippo e San Michele, fino alla piana. In alto, l’antico quartiere arabo, la Rabatana. Un vecchio arco di pietra, strade deserte, gatti annoiati sotto una sedia di paglia. E l’abisso tutto intorno. Alcune case sono salve, belle, restaurate. Altre in rovina. Luci e ombre, il bianco e il nero. Severino Salvemini, economista, docente alla Bocconi che una volta passò da qui, disse che la Rabatana dovrebbe essere tra le cento meraviglie del mondo. C’è qualcosa, qui, nell’aria, che stordisce, ammalia. Saranno i ciuffi di assenzio, l’erba dei poeti maledetti che spunta tra le crepe delle pietre. La vedi, la tocchi e scatta il sortilegio: non te ne vuoi più andare. Non sono pochi quelli che già cinquant’anni fa hanno fatto il nido qui. C’era John l’argentino, un allampanato figlio dei fiori che era stato adottato dal quartiere. Gli volevano bene tutti. Un piatto di minestra ogni tanto, un po’ di pasta e tirava avanti. Non faceva niente tutto il giorno. Vi sembra poco il mestiere della libertà? Poi c’era Mario, un veneto innamorato perso della Lucania, un ceramista. Scriveva poesie. Non è cambiato nulla. Di sera le case continuano ad affogare nel buio, nel silenzio. Unico rumore, il vento che smuove qualcosa. Il paese si è spopolato due volte, agli inizi del ‘900 e negli anni ’50, quando tutti partivano per Genova. La Rabatana cadde nell’oblio. Case diroccate, persiane ciondolanti. A guardar creste e burroni restarono gli anziani e i loro bastoni. Quando Pierro tornava qui, tra la sua gente, gli veniva sempre in mente la nutrice che non aveva il latte. Allora il minuscolo, piagnucoloso poeta lo portavano alle mamme del paese per la poppata. “Incontro ancora vecchiette, diceva, “che mi ricordano il debito: Don Albino, io ti ho dato il latte”.