Ex Ospedale Psichiatrico di Volterra - la città della follia

Scritto il 12/01/2026

A cura di: Enrico Caracciolo

Viaggio nelle insondabili rotte della mente umana, attraverso la "città della follia" che ancora respira nella Volterra di vento e di macigno.

Tante, come le migliaia di "matti" che vivevano nel manicomio, una città nella città. Oltre cinquemila persone e una storia incredibile che inizia nel 1881 come Ospizio di Mendicità per proseguire poi come Asilo dei Dementi nel 1897, Frenocomio di San Girolamo nel 1902 e dal 1934 Ospedale neuropsichiatrico. Oggi è un luogo in gran parte abbandonato. Porte sbattute dal vento, docce asciutte, scale che si arrampicano verso picchi di follia, vetri infranti da potenti immaginazioni, catene strappate dalla follia, coperte, polvere e calcinacci. Alcuni padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico non sono più raggiungibili per motivi di sicurezza ma è possibile vivere un viaggio incredibile attraverso luoghi e storie che ti aprono un mondo sconfinato dentro l’umanità, senza limiti né confini. L’ex manicomio di Volterra è una parte importantissima della città che ha contribuito a costruire il carattere di un luogo che ancora oggi fa dell’inclusione, della tolleranza e dell’accoglienza valori che ispirano l’essere volterrano. Tutto questo grazie alla presenza di migliaia di anime, cuori, volti, sentimenti, paure, disperazioni e genialità di uomini e donne che si sono persi nell'oceano della vita. Tutti i volterrani hanno un parente o un amico che ha lavorato nella città della follia. E sono legami che ancora oggi fanno tremare il cuore.



Il progetto “Volterra - Capitale italiana della Cultura 2022” ha segnato l’inizio di un percorso importante per la città toscana e il suo territorio. Al di là del titolo e del fatto che nel 2022 è stata Procida a fregiarsi del titolo di capitale italiana della cultura, mentre Volterra è stata nominata Città Toscana della Cultura, il progetto di valorizzazione è rimasto in piedi indicando un percorso virtuoso improntato alla rigenerazione urbana attraverso il tema della fragilità. Una strada di valori profondi proiettata verso il futuro cogliendo l’anima di un luogo che dietro le curve di un paesaggio struggente e una storia intensa ha tantissimo da raccontare. Volterra è un’esperienza che va molto oltre i luoghi comuni e costituisce la porta per un viaggio che si sviluppa in profondità stravolgendo i concetti di spazio e tempo, penetrando in una dimensione umana che porta molto lontano.



Due infatti sono i luoghi simbolo di questo viaggio che ha segnato la vita della città e della sua comunità: l’ex ospedale psichiatrico e il carcere. Luoghi di annientamento e sconfinate solitudini, di disperazione ma anche di rinascita e integrazione. Il vecchio manicomio era arrivato ad ospitare quasi 4.800 persone provenienti da 41 province italiane; una città nella città, poi diventata fantasma con la legge Basaglia 180 del 1978 che determinò la chiusura dei manicomi. I volterrani sanno bene cosa significa prendersi cura e rigenerare matti e delinquenti, persone che soffrono e vivono in dimensioni “altre”. I bambini volterrani andavano a studiare musica nel manicomio e questo ha inciso tantissimo nell’apertura mentale e nella capacità di accoglienza e integrazione da parte della comunità volterrana. Oggi l’ex manicomio è una città nella città, muta, pericolante, crepata nei muri e nell’anima. La visita di questo luogo è un viaggio nelle insondabili rotte della mente umana dentro la “città della follia”.



Il primo padiglione fu costruito nel 1897 vicino al Convento di San Girolamo ma lo sviluppo dell’intero complesso si deve alla geniale visione del dottor Luigi Scabia, dal 1900 direttore del manicomio, che curando i pazienti con l’ergoterapia generò la forza lavoro indispensabile alla costruzione di nuove strutture dove accogliere il numero crescente di malati. Per garantire autonomia e sviluppo dell’ospedale Scabia è stato l’artefice di una gestione manageriale del complesso che nel tempo diventava sempre più indipendente grazie alla realizzazione di oltre trenta padiglioni e di servizi interni come panificio, lavanderia e falegnameria. Oggi rimangono edifici e strutture abbandonate e la città della follia è piombata nel silenzio. Un silenzio vivo, popolato dalle anime dei matti dipinti e cantati da Francesco De Gregori. Quelli “che vanno contenti al guinzaglio della pazzia, che non hanno più niente… che anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa… che vanno contenti sull’orlo della normalità, come stelle cadenti nel mare della tranquillità… Quelli ancora lì a pensare a un treno mai arrivato, a una moglie portata via da chissà quale bufera… Quelli senza la patente per camminare… tutta la vita dentro la notte chiusi a chiave”



Angelo Lippi, assistente sociale per oltre trent’anni nel manicomio ha vissuto e assorbito questo mondo sconfinato disegnando con racconti scolpiti nel silenzio volti, sentimenti, paure, disperazione e genialità di uomini e donne che si sono smarriti nell’oceano della vita e nelle voragini dell’esistenza umana. "Ho lavorato 33 anni qua dentro. Arrivavo da Lucca ed ero un giovane assistente sociale con moglie e figli; qui lo stipendio era il doppio, ma non avrei mai immaginato quello che avrei visto e sentito. Erano 1.946 i ricoverati quando sono arrivato, mentre nel 1940 erano ben 4.547! Ci sono persone che hanno vissuto la loro intera vita qua dentro; qualcuno ci è nato e ci è impazzito, perché da madri agitate - così venivano definite - potevano nascere solo figli agitati! Appena arrivati venivano spogliati completamente e le cose personali messe in un armadietto che corrispondeva ad un numero, il loro. Questo sarebbero stati, un numero. Ma per me erano persone con la loro drammatica storia. Alcune donne arrivate poco più che bambine si sono potute rivedere ad uno specchio da adulte: pensate alla disumanità quando guardandosi non si riconoscevano più. Quando entravi qua dentro non uscivi più e la diagnosi dello psichiatra era una sentenza a vita”. Questo e altro Angelo racconta con delicatezza e umanità nel suo “Sostenibile peso della follia”, un libro che attraverso la sua esperienza racconta il respiro della città nella città.



Il viaggio alla scoperta dei luoghi, delle pietre, delle storie, di vuoti grandi come occhi in cerca d'amore, silenzi rimbombanti di smarrimenti infiniti è un'esperienza trasformante dentro l'umanità più vera che esiste: quella vibrante, dolce, violenta, tremante, stralunata, bisognosa, indifesa, sofferente, fragile e potente di chi non vive negli schemi della normalità e sprofonda nella voragine di un'esistenza capace di crollare ma anche di sognare e volare come una farfalla, quella di Fernando “Oreste” Nannetti. Internato per insulti a un poliziotto negli anni ’50, leggeva solo riviste scientifiche ha lasciato parole eterne incise nel graffito realizzato in 12 anni sulle mura del reparto giudiziario Ferri dell'ex ospedale psichiatrico: “Come una farfalla libera son io, tutto il mondo è mio e tutti fo sognare”. Utilizzava nelle ore d'aria la fibbia dei suoi pantaloni per incidere un capolavoro di poesia e immaginazione. Ma soprattutto "della disperata volontà di sfuggire alla trappola della follia continuamente prodotta e alimentata dentro le mura del manicomio".




Questo incredibile viaggio oggi è possibile grazie al preziosissimo lavoro di Alice Ceppatelli e Alessandro Massi autori del progetto ManicomiodiVolterra.it. Molto di più di un sito internet (peraltro fatto benissimo): un vero e proprio punto di riferimento che tiene viva la storia del manicomio, nato per fare una corretta informazione su questo luogo “maltrattato” da informazioni spesso sbagliate. L’obiettivo di Alice e Alessandro è “ricostruire la storia di tutte le persone che hanno avuto un legame con questa realtà, siano esse pazienti, medici, infermieri, operai o altri lavoratori”. Il progetto è in continua evoluzione e “continua a crescere grazie al supporto della comunità, per dare voce a chi è stato dimenticato. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo raccontarlo nel modo più giusto possibile”. È un viaggio autentico e trasformante che, passo dopo passo, nel silenzio di luoghi che esplodono di memorie indica un percorso dentro la complessità umana, bellissima e tremenda, oltre gli schemi e le convenzioni.

Tra i tanti appunti scarabocchiati su un piccolo diario di viaggio ci sono questi che guardano al prossimo viaggio a Volterra: “Quando tornerò a Volterra la prima cosa che farò sarà lasciare nel vento una preghiera leggera come una farfalla per quel matto senza nome che ha scritto sul muro della chiesa di San Girolamo: Aristotele e Achille pregate per quell’anima imbecille”.

E tramite manicomiodivolterra.it si possono prenotare visite e vere e proprie esperienze in questo luogo che racconta il vero Genius loci di Volterra.