Anghiari, la città dei teatri

Scritto il 12/05/2024

Testo e foto di Paolo Simoncelli


Inserita la chiave nella serratura di palazzo Tofanelli, si entra in un mondo oscuro. Non c’è elettricità nella dimora fantasma che sprofonda nei secoli. Al pianterreno le ombre affollano gli ambienti. Bisogna salire la scala per trovare la luce. È nel grande salone che si trova il “teatro nascosto”, seicentesco, col ballatoio in legno e i dipinti alle pareti, forse opera dei Galli da Bibbiena, famiglia di pittori itineranti che tra il ‘600 e il ‘700 se ne andavano per l’Europa a dipingere teatri. Se uno guarda tra la polvere, troverà una natura morta di penne e calamai e più in là una vecchia bottiglia con due bicchierini. Illuminato dai finestroni, il teatro emana atmosfere sinistre e suadenti al tempo stesso. Recentemente acquistato da una coppia inglese, palazzo e teatrino non sono visitabili. Lei però è una musicista. Chissà, le note potrebbero aprire nuovi orizzonti. E insieme a questi, anche la visita del teatro. Una, due volte all’anno….. Nel seicento ad Anghiari di teatri ce n’erano cinque. Non come li intendiamo oggi. Erano ricavati negli stanzoni di storici palazzi. Uno stava a Palazzo Pretorio, un altro a Palazzo Testi, un altro ancora era il teatro all’aperto di piazza Mameli, col tunnel dove venivano ammassati i macchinari scenici. Il Teatro dei Ricomposti invece, voluto dal nobile Benedetto Corsi, è arrivato nel 1789 e poi decaduto. Ci pensarono le famiglie più abbienti a non farlo morire. Acquistarono ognuna un palco e così, pezzo per pezzo, da qui il nome, si salvò. Dello stesso teatro dei Ricomposti, Anghiari ne è la metafora. Mosaico di voci e memorie. Una volta arrivato, il visitatore è subito consapevole d’aver profanato una comunità che vive di vita propria, inviolabile. La Ruga, lo stradone che come una lama pare infilzare Sansepolcro, è un confine. Non unisce. Rimarca le distanze.



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