A cura di: Redazione e Federica Botta | Foto di: Alessandro De Rossi
Il respiro dell'artigianato millenario risveglia le pietre romane di Aosta in un incontro corale tra la materia viva della montagna e le mani della sua gente.
Il freddo pungente del mattino taglia il viso e condensa il fiato in piccole nuvole bianche che si disperdono tra gli archi di pietra. Sotto l'Arco d'Augusto il selciato risuona del calpestio metodico di scarponi e sabot mentre le prime luci dell'alba faticano a scavalcare le vette innevate che circondano la valle. L'aria odora di resina fresca, fumo, legna e di vin brulé che bolle nei grandi pentoloni di rame. Non c'è spazio per il silenzio in questo perimetro di storia perché il battito dei martelli sulle sgorbie crea un ritmo ipnotico che accompagna il risveglio della città. La leggenda vuole che se il 31 gennaio il tempo è bello l'orso si giri nel suo pagliericcio e dorma per altri quaranta giorni prolungando l'inverno. Ma qui tra le strade la gente sfida il gelo con la certezza di un rito che non conosce interruzioni.
La Fiera di Sant'Orso trasforma il cardo e il decumano in un organismo pulsante nella notte tra il 30 e il 31 gennaio quando il tempo sembra contrarsi per unire il presente alle radici più profonde di un Medioevo mai sopito. Tutto ha inizio secoli fa davanti alla collegiata dove il Santo è solito distribuire indumenti e calzature ai poveri della valle. Oggi quel gesto di carità si è trasformato in una esposizione di sapienza manuale che non accetta compromessi con la modernità seriale. Il legno di noce, di pino cembro e di castagno prende forma sotto gli occhi dei passanti diventando rastrello, cesto, scultura sacra o galletto portafortuna. Le fibre vegetali si intrecciano con dita nodose che conoscono la resistenza di ogni singolo ramo mentre la pietra ollare riflette la luce fioca delle lampade a olio.
Il passaggio tra i banchi rivela una gerarchia invisibile fatta di sguardi e rispetto per i maestri artigiani che presidiano i propri spazi con orgoglio silenzioso. Il gelo non ferma il flusso dei visitatori che si accalcano lungo le vie del centro cercando il calore umano di una folla che si muove all'unisono. La sensazione del cuoio sotto i polpastrelli e il rumore secco del legno che batte contro il legno definiscono lo spazio sensoriale di un evento che sfugge alla logica del mercato per farsi rito di appartenenza. Ogni oggetto esposto porta in sé il peso delle ore passate nell'oscurità dei laboratori, durante i lunghi mesi invernali, quando la neve isola i villaggi e l'unica compagnia è il suono della lama che incide la superficie lignea.
Al calare del sole la Veillà prende il sopravvento e l'atmosfera si scalda di canti popolari, che giungono spontanei dalle cantine aperte e dai cortili dei palazzi nobiliari. Le voci si intrecciano in armonie antiche che raccontano di fatiche quotidiane e di stagioni cicliche. La luce delle torce danza sulle pareti di pietra creando ombre lunghe che sembrano ridare vita ai leggendari costruttori del passato. Il sapore della polenta e della carbonada si mescola alla convivialità ruvida ma autentica di chi abita le alture e riconosce nel vicino non un estraneo ma un compagno di viaggio. Le ore piccole scivolano via tra un bicchiere di rosso e un racconto sussurrato, mentre il ghiaccio continua a formarsi sui bordi delle fontane. La notte avvolge le guglie della cattedrale ma il cuore di Aosta continua a battere forte, protetto dal calore di una tradizione che non teme il passare dei secoli e si rinnova nell'abbraccio collettivo di una comunità che ritrova se stessa attorno al fuoco sacro della propria identità. Quando le ultime braci si spengono e le strade tornano al loro silenzio abituale resta nell'aria l'eco di una festa che è prima di tutto un atto di resistenza culturale contro l'oblio.
Per altre informazioni: lasaintours.it
Dove si svolge: Aosta (AO), Valle d'Aosta