Jana Kim e la sua "Madame"

Appuntamento al Gatto Nero di San Vincenzo con la giovane fotografa che racconta come nascono, vivono, comunicano i suoi ritratti.
Scritto da  - Domenica, 21 Marzo 2010 16:10

Appuntamento alle 16 al Gatto Nero di San Vincenzo. Niente vista mare, una storia recentissima, ma il bar è una location cult nella Costa degli Etruschi; il posto giusto per ascoltare musica, da soli o in compagnia, fare una buona colazione o un gustoso pranzetto. L’atmosfera è quella giusta. Entrare è molto semplice, molto più difficile andarsene. In questi giorni il Gatto Nero ospita i ritratti di Jana Kim, giovane fotografa capace di raccontare l’intimità femminile attraverso le forme di un corpo che prende le distanze dal sensazionalismo moderno, sempre più tendente all’inaridimento del nudo esplicito e assoggettato alle esigenze di una comunicazione subdola.
“Madame” è una raccolta di scatti che raccontano il nudo attraverso gli occhi e la sensibilità di Jana accarezzando l’idea di restituire dignità a una forma di ritratto tanto apprezzata quanto banalizzata. “Madame” è un luogo di bianchi e neri con una punta di colore, uno spazio dedicato interamente a un corpo scelto da Jana per raccontare la pienezza e la sensualità dell’essere donna attraverso vari punti di vista e l’interpretazione di una giovane donna che sembra avere occhi di un’artista matura. Il suo modo di porsi rivela un volto senza maschere, parole dirette, espressioni solari attraversate di tanto in tanto da nubi di sana impenetrabilità.
"Ritratto e nudo costituiscono il mio ambito di lavoro preferito". Comincia così la chiacchierata con Jana. "Le persone sono qualcosa che mi aiutano a tirare fuori quello che ho dentro; capita che guardandomi intorno trovi persone che mi piacerebbe raccontare attraverso la mia fotocamera. “Madame” è il completamento di un lavoro di ricerca sul corpo di donna iniziato circa un anno fa. Dopo lavori con modelle molto magre ho cercato un corpo che esprimesse pienezza, rotondità, totalità". Effettivamente Madame è tutto questo ma anche sensualità, protezione, atmosfere oniriche. Nelle forme barocche di un corpo prende consistenza un ritratto senza volto perché un corpo così totale non necessita di occhi per essere visto e di bocca per essere raccontato."Non è stato facile trovare una donna disposta a posare perché generalmente le persone “abbondanti” non accettano il proprio corpo, soffocate dall’idea che non possa esprimere altro che qualcosa di negativo, cosa chiaramente smentita da questo lavoro. Si ferma un attimo Jana e poi aggiunge: Questo corpo è naturalmente potente mentre la magrezza è accompagnata e visualizzata con un lavoro fotografico più esasperato". Jana viaggia spedita sul parallelo dei venti anni. Nata in Russia a Perm’, circa 1.500 km da Mosca, alle falde degli Urali, arriva in Italia all’età di 5 anni. Una vita movimentata la sua tra i flutti di varie burrasche familiari. Vive tra Firenze e la Costa degli Etruschi e dopo aver frequentato per 2 anni la facoltà di Lettere segue l’istinto e si iscrive alla Libera Accademia di Belle Arti a Firenze frequentando il corso di fotografia: la discussione della tesi di laurea è prevista per il febbraio del 2011. La sua formazione e le sue doti hanno una radice familiare. La mamma infatti è stilista e nel suo atelier Jana ha sviluppato la capacità d’interpretazione delle forme: meno attratta dal disegno stilistico, trova subito più interesse nella fotografia.
Si siede al nostro tavolo Luca Fontana, insieme al fratello Alessio ideatore e creatore del Gatto Nero. Racconta delle diverse reazioni della gente comune che frequenta il bar di fronte alle foto di Jana Kim. Sono le reazioni scaturite dalla natura provocatoria dell’arte che vanno dall’incomprensione all’ammirazione, dall’osservazione muta accompagnata da mille perché all’attrazione che spinge alla multivisione (nel senso di reiterate visite). Personalmente sono tornato tre volte a seguire con lo sguardo le curve barocche e i sentimenti pieni di quel corpo: mi è piaciuto immaginare chi fosse quella donna, dove vivesse e cosa pensasse mentre Jana catturava gli attimi della sua rotondità. Luca chiede a Jana se le sue fotografie sono la ricerca di arte in purezza o anche tecnica al servizio del mestiere: "Vorrei lavorare con la foto. Ho intrapreso questa strada che mi aiuta a comunicare quello che ho dentro con l’immagine fotografica ma anche a mettere in pratica quello che so fare. Sono nel pieno del mio viaggio e mi piace pensare per molto tempo continuerò a sperimentare e studiare, specializzarmi e spostarmi". Il suo sogno è quello di fotografare per viaggiare e viaggiare per fotografare. Ma cos’è per Jana l’essenza del ritratto? La visione di una persona elaborata dalla propria immaginazione e dalla propria creatività o qualcosa di più profondo? La risposta è chiara e decisa: "Mi piace entrare in sintonia con la persona fotografata, sondare l’imprevedibile ma affascinante sentiero delle emozioni, disponibile ad accettare comprensibili ostacoli, accettare eventuali muri, senza mai forzare. Cerco l’intimità con la persona per restituire un’immagine che magari non è visibile in superficie. Il ritratto passa attraverso gli obiettivi, la fotocamera, i miei occhi, ma soprattutto la mia pancia. E’ in quel momento che costruisco l’immagine".
Tra i fotografi che forse hanno lasciato un segno nella sua formazione c’è Richard Avedon, geniale ritrattista newyorchese, capace di raccontare uomini e donne senza l’ossessione di raccontare la verità ma sentendosi libero di elaborare: dai ritratti di vagabondi e disperati del West americano, artisti e personaggi noti ma anche gli ospiti di un ospedale psichiatrico. Quando Jana parla di Richard Avedon si lascia scivolare un commento che la dipinge quasi scontata: “Mi piace Avedon... classico”. E’ interessante notare come il fotografo americano facendo un ritratto di se stesso diceva: «Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra. Ho una grande fede nella superficie che, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce». Invece le foto di Jana e il suo modo di intendere il ritratto vanno oltre quella linea di demarcazione che è la superficie per andare oltre, nel senso del “dentro”.
E’ affascinata da Frank Dituri, fotografo americano, del quale ha seguito un master di portfolio: "Mi cattura il suo modo di parlare, sempre ricco di insegnamenti, consigli; potrei ascoltarlo all’infinito".
Alla fine del nostro incontro le chiedo qual’è il ritratto più importante che ha eseguito. "Quello della mia mamma. E’ la persona che c’è sempre stata nella mia vita. E’ sicuramente il ritratto più prezioso. Ma vorrei rifarlo..."
E dove le piacerebbe fare un reportage fotografico, lavorando con le persone? Risposta immediata: "In Russia. Sarebbe come andare a ricercare le mie origini. La mia terra natale mi è mancata e vorrei far conoscere quello che io so di quella terra e della sua gente. Tante cose, tante storie da raccontare, magari una per una. Raccontando gli aspetti molteplici ma soprattutto la loro profondità".
Le trasparenze del crepuscolo hanno lasciato spazio al buio di un pomeriggio invernale. Jana fuma una sigaretta fuori, poi rientra. Le chiedo di posare per la mia fotocamera davanti a Madame. Questa volta sono io a fare un ritratto a una ritrattista. Nel mirino della mia macchina fotografica Madame trova un volto e gli occhi di chi ha saputo raccontarla.

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