Stefano Rosso: oltre la musica e la poesia

Il 18 e 19 settembre sono arrivati a Roma da tutta Italia e non solo per ricordare Stefano Rosso, l'appuntamento era al Kollatino Underground, luogo del suo ultimo concerto, per due serate di musica, poesia e per...qualcosa di più.
Scritto da  - Martedì, 22 Settembre 2009 15:15

Cantautori, poeti, musicisti, ammiratori ed amici. Partono da Firenze, Napoli, Milano, Livorno, Berlino, Genova, Perugia, Catanzaro, Basilea, in treno, in auto, in autobus, raggiungono quelli che si muovono da Trastevere e dagli altri quartieri di Roma. Tutti hanno la stessa destinazione: il Kollatino Underground. Tutti hanno la stessa voglia di esserci, solo per Stefano Rosso.

Al Kollatino mentre inizia il fermento dal pomeriggio di venerdì, tra saluti, abbracci, presentazioni, tecnici che lavorano e musicisti che arrivano, la mente non può che andare al 21 marzo del 2008, la sera di quell’ultimo concerto. E’ passato un anno e mezzo e subito dopo l’ingresso, sulla sinistra, c’è proprio quella locandina a ricordarlo. Con gli occhi qualcuno cerca di afferrare tutto ciò che di quella sera è rimasto. Nessuno lo dice, ma nel cuore c’è il timore di sentire le canzoni di Stefano interpretate da altri. Paure che cominciano a sciogliersi solo con la partenza del soundcheck, l'attività che si svolge prima dei concerti per la verifica delle impostazioni audio. Qualcuno ci mette in mezzo dei frammenti che anticipano le esibizioni serali. Il tempo è poco e, per la gioia del sistema nervoso di Giovanno che ha organizzato tutto con amore, bravura e dedizione, ogni cosa sembra andare liscia, almeno venerdì. Andrea “er Panta”, tecnico di palcoscenico, tra una birra e la felicità di aver recuperato un accendino segue gli artisti nelle prove audio e tranquillizza Alba (11 anni), è il suo turno. Accompagnata da papà Eugenio al pianoforte comincia a cantare. Il Kollatino rimane senza fiato, la sua interpretazione di Letto 26 è da pelle d’oca. E’ lei che ha il grande merito di cancellare timori e dubbi residui dai cuori dei presenti. L’applauso è spontaneo e liberatorio, ed è solo un anticipo di quello spellamani che prenderà la sera.

Si comincia ufficialmente poco dopo le 22.00 di venerdì, con l’aneddoto introduttivo di Roberto Leone, grande amico di Stefano, che ne racconta bucolicamente il lato mistico. Le due serate vedono alternarsi sul palco grandi musicisti, poeti, cantautori e amici. Impossibile rimanere indifferenti. Rosso Malpelo (Neurologico Regge), BandaJorona (Girotondo) e Simone Avincola (Canzone per chi) offrono interpretazioni originali ed emozionanti. Quelle di Luciano Tomassi (fingerstyle improvvisato), Red Band (Bologna ’77) e I Repellenti (Ballatine) sono cariche d’affetto. Straordinarie le esecuzioni strumentali di Sandro Sibillo (chitarra) e Danilo Cartìa (banjo) con il suo gruppo di musicisti. La chitarra di Gabriele Bartoli partorisce note di pura poesia, la sua esibizione quando canta “Vincent” di Don McLean, un brano che per qualcuno ha un sapore particolare, è commovente. Nicolino Pompa e Remo Remotti, protagonisti assoluti già durante le prove, coinvolgono tutti, commuovono e divertono fino alle lacrime e al mal di pancia. E ancora Traine de Vie, Antonello Carino, Filippo Gatti, Andrea Tarquini, Ardecore, Palkosceniko al Neon, I Mostri, Max Manfredi, Augusto Forin, Enrico Capuano, Enzo Maolucci, Andrea Evangelisti,Carmine Torchia. Sono le 3.00 di sabato notte quando tocca a Federico di Stefano e Alberto Tosi chiudere con Una storia disonesta. La canzone finisce, ma la gente rimasta non accenna ad andarsene, tutti immobili ad aspettare qualcos’altro. Federico incredulo dopo un attimo di esitazione riprende allora a cantare il ritornello, è costretto a farlo altre due volte, finché al nuovo silenzio di attesa Nicolino Pompa grida: ma ce l’avete una casa? Annatevene a casa vostra! Tra le risate si riaccendono le luci e iniziano i primi movimenti verso l’uscita.

Il giorno dopo la testa è ancora lì, le emozioni sono ancora da metabolizzare, si pensa a due serate in cui c’è stata la libertà (e scusate se è poco) per tutti di essere se stessi: artisti, tecnici e pubblico. Dove se qualcuno sul palco è scocciato per un imprevisto, qualcun altro tra il pubblico pensa alla passione sudata da organizzatori e tecnici, ed è scocciato per quella scocciatura. Dove se qualcuno sul palco scivola sulla buccia dell’autopromozione, qualcun altro tra il pubblico rimane perplesso, e si chiede: cosa c’entra? Dove tutto passa in secondo piano pensando a Stefano e alla voglia di esserci che ha portato tutti lì, solo per partecipare ed offrire il proprio contributo.

Non è facile per chi è abituato a viaggiare su binari tradizionali entrare nell’ottica del sentimento viscerale che lega Stefano Rosso al suo pubblico, un rapporto umano e non mediatico. Quando artisti affermati si muovono sapendo che non ci sono soldi, quando quelli più giovani, pur non avendo premi da vincere, coscienti del fatto che non c’è la garanzia nemmeno di un rimborso per le spese di viaggio e alloggio, si caricano comunque le chitarre sulle spalle e prendono un treno solo per partecipare, attendendo con pazienza ore sotto il palco per pochi minuti di esibizione, quando organizzatori e tecnici lavorano con tutta l’anima, solo per offrire il loro contributo, quando persino il locale si mette a disposizione senza curarsi del tornaconto, allora si tratta di qualcosa che va oltre la ragione e la razionalità, che va oltre le regole con cui siamo abituati a giocare quotidianamente, si tratta di qualcosa che non si può comprare, che non si trova sugli scaffali dei grandi magazzini, qualcosa che non ha alcun bisogno dei canali della grande distribuzione, si tratta di quell’affetto, di quella stima, di quel senso di estrema gratitudine che è riservato solo ad alcuni uomini e che solo pochi artisti riescono davvero a meritarsi.

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