Elcito, lassù dove urla il vento

Aggrappato alle falde del monte San Vicino, Elcito è un luogo più vicino al cielo che alla terra, borgo di poche anime e ideale via di fuga per viaggiatori in cerca luoghi speciali.
Scritto da  - Giovedì, 14 Gennaio 2010 12:26

Tre volte sono passato per Elcito, mai per caso. Lassù, alle falde del Monte San Vicino nel cuore dell’Appennino marchigiano, aggrappato ai contrafforti della montagna trovi un mondo che racchiude nel suo silenzio tutti i misteri, la semplicità, la pace di quei luoghi che sembrano non volersi staccare dal passato e si affacciano al futuro con l’unica prospettiva di rimanere se stessi, senza rincorrere il tempo. Tornerò ancora lassù perché quelle pietre sono un morbido cuscino per il mio spirito e quell’aria è trasparente e inconsistente come le visioni e le storie dei sogni. Elcito vive di altitudine e, per quanto immobile, vola nel vento come un rapace. Su quello sperone roccioso che buca il cielo delle Marche ci sono poche case, una chiesa, muri sbriciolati e sette anime silenziose. Si chiamano Vincenza, Roberto, Nemo e Maria, Mafalda, Gemma e Ines e sono gli ultimi che rimarranno qui fino all’ultimo giorno di vita. A Elcito non c’è mai stato un emporio o un negozio, neppure per i generi di prima necessità perché fino agli anni ‘70 era una comunità autosufficiente. Erano duecento persone e avevano un intenso rapporto con la loro terra, fonte primaria di sussistenza: orti e pascoli davano i loro frutti ma ci volevano la mani forti e il carattere equilibrato della gente che sa vivere in montagna. Obliqui appezzamenti di terra appartenevano a tutti, costituivano la cosiddetta comunanza, una forma di multiproprietà in base alla quale ogni anno, a rotazione, un pezzo di montagna veniva assegnato a diversi proprietari che avevano il compito di gestirla al meglio per garantire la continuità della coltivazione. Tantomeno oggi, nell’epoca della grande distribuzione, potrebbe esserci un emporio e così la sopravvivenza dei sette “grandi” è garantita da un furgone che una volta alla settimana, condizioni del tempo permettendo, passa lassù con la scorta di pane, latte, formaggio, salumi e quant’altro possa servire.

Sussurri di vita - La strada che raggiunge il villaggio passa prima tra i muri decrepiti e i tetti piegati su se stessi di quelli che furono gli ovili, poi si passa di fronte al lavatoio ancora oggi luogo frequentato da sole donne. La rampa di accesso alla piazzetta della chiesa sembra arrampicarsi verso il cielo; la porta della chiesetta è chiusa, come quelle delle case. Potrebbe essere un paese deserto ma il fumo che esce dai comignoli disegna nell’aria sussurri di vita. I sette vivono di pace e silenzi, appaiono fugacemente negli angusti spazi di Elcito, ti salutano con un cenno essenziale per poi scomparire dietro l’angolo, in qualche porticina. Solo Neno, al secolo Nazareno Ilari, si ferma a fare quattro chiacchiere per esorcizzare la fatica. “Siete venuti a prendere un po’ d’aria buona?” La butta lì, combattendo con l’affanno. “Qui si che si vive in pace!”, gli rispondo senza alcuna originalità e lui coglie al volo l’occasione per sottolineare divertito che “semo rimasti in pochi e così ci si deve aiutà, ma è anche vero che stamo sempre a fa cagnara”; come dire la pace è solo apparente, il posto è tranquillo come il paradiso ma l’uomo sembra fatto per litigare. Niente di strano: nella piccola Elcito ci sono le stesse abitudini che regolano l’umanità... E poi, imprecando contro il vento che gli asciuga gli occhi e gli strapazza i pantaloni come bandiere, Neno entra nella sua casa senza dimenticarsi di invitarmi per un bicchiere di vino. Già, il vento. Il soffio di Eolo vive qui, sibila sugli spigoli delle case, urla sui tetti, si scaraventa contro le rocce sporgenti, ti ruba il respiro e ti annebbia i pensieri. Giù, nella piazzetta affacciata verso il cielo non riesco neanche a fare una fotografia schiaffeggiato da raffiche d’una forza primordiale. E allora torno nella piazzetta della chiesa, un po’ più riparata. Lì c’è Vincenza, sull’orlo dell’uscio che parla con due signore di passaggio.

Silvana e Adria - Sono sorelle, si chiamano Silvana e Adria Piantoni, hanno la faccia di chi ama stare con la gente, raccontare, ascoltare e soprattutto dimostrano di sentirsi a casa loro. Ben presto il vento si riempie della loro frizzante simpatia e di parole scoppiettanti; Adria e Silvana hanno insegnato ai bimbi di Elcito, una nel ‘62, l’altra nel ‘63: dodici alunni, tutti nella stessa aula, corso unico dalla prima alla quinta elementare. Come oggi le due maestre vivevano a San Severino Marche e per andare a Elcito prendevano passaggi in auto da altri pendolari che lavoravano in zona; qualche volta avevano la fortuna di essere accompagnate fin sopra, altre volte, soprattutto quando c’era neve alta, salivano a Elcito seguendo un ripido sentiero. Adria sistema meglio il suo foulard per coprirsi mentre Silvana lascia che i suoi capelli impazziscano nel vento: “ma questo è Zefiro, altro che! Quando fa sul serio Elcito trema, è veramente impossibile rimanere in piedi. Ricordo un giorno che fu molto complicato uscire dalla macchina; le portiere non si aprivano e solo dopo vari tentativi sono riuscita a scendere...”.

A casa di Corrado - Oggi Adria e Silvana sono venute a trovare Corrado, amico di San Severino che ha comprato una casa nel paese. Là, proprio sulla piazzetta affacciata verso il vuoto. Corrado esce di casa e prima ancora di darci il benvenuto allunga una tavoletta di legno con bruschette calde. Entriamo dentro per dare un po’ di tregua alle nostre orecchie graffiate dal vento e in un attimo ritroviamo la pace e il calore di un camino antico. Le finestre sono piccolissime, quella del bagno è grande come una mattonella, ma offrono una sguardo sconfinato come l’Infinito di Leopardi. Provo ad aprire uno degli scuri in legno ma il vento lo scaraventa violentemente contro il muro; per la precisione, l’ultimo muro di Elcito, quello che separa il paese dal precipizio. Sul pavimento della camera da letto ci sono ancora i segni di un fulmine che ha dilaniato mezza parete perforando il solaio. “Se non lo fa il vento ci pensano i temporali... “ sospira Corrado, “Elcito è la casa degli elementi. Quassù si sprofonda nel blu del cielo, si ascoltano le urla del vento, si naviga nel mare plumbeo di violenti temporali. Questa casa si affaccia verso la fine del mondo...” Uno dei detti più conosciuti era a Lurgitu se casca lu callà non troa lu funu, vale a dire “a Elcito se cade il caldare non trova il fondo” quindi, in senso lato, tutto ciò che cade dalla finestra si perde nel vuoto. Non vorrei mai uscire da questa casa non tanto per il vento che impazza fuori, quanto per il piacere di ascoltare le storie di Elcito. Silvana si ricorda ancora molto bene quando la neve riempiva il paese: “In auto non si poteva arrivare e per andare da una porta all’altra attraversando la strada si camminava su tavole di legno (ecco spiegato perché molte porte d’ingresso sono rialzate rispetto al piano della strada). In questi casi arrivavo a piedi per essere puntuale all’appuntamento con i miei alunni. Una mattina, proprio nella casa adiacente alla scuola, c’era una veglia funebre. Anche il giorno successivo, e quello ancora dopo. Incuriosita chiesi spiegazioni su una veglia così lunga e la risposta delle donne che pregavano da tre giorni fu molto semplice: non era possibile trasportare il morto fino al piccolo cimitero, poco fuori al paese, per la neve troppo alta. Ebbene il morto rimase nel suo letto per una settimana perfettamente a suo agio nel freddo glaciale della sua stanza con la stufa spenta e la finestra aperta”. E’ divertente pensare che probabilmente Elcito è l’unico paese del mondo dove la cabina telefonica ha svolto per anni la funzione di pubblico frigorifero. Già perché in cantine e dispense i topi avevano libero accesso e spesso e volentieri facevano imprecare le donne di casa che non sapevano come difendersi dagli affamati piccoli roditori. Così un bel giorno ci fu chi ebbe la brillante idea di rimuovere il telefono dalla cabina e utilizzare la “scatola di vetro a chiusura ermetica” come dispensa comune. Ben presto molti abitanti del paese approfittarono di questa opportunità per conservare senza problemi forme di pecorino, prosciutti, salami.

Il tramonto di Elcito - Nel ‘72 la scuola di Elcito chiude ed è il primo segno forte del cambiamento. I banchetti di legno rimarranno soli per sempre e anche le porte delle case, quasi sempre aperte, conoscono per la prima volta catene e lucchetti. Camini che fumano ce ne sono sempre meno e i bimbi cominciano a emigrare verso le scuole di località più accessibili. Elcito subisce la legge della montagna, una legge dura fatta per uomini disposti a vivere per e nella natura. Il miracolo economico di quegli anni significa anche lo smarrimento delle proprie radici. La fabbrica, una vita più comoda, un futuro più ricco sono sogni irresistibili nell’ottica di un maggior benessere. E così Elcito rimane sempre più solo, abbarbicato a quello sperone di roccia e schiaffeggiato dal vento. Ma il paese non è morto. Per ora si gode la compagnia dei suo ultimi sette figli che aspettano quassù il tramonto dei loro giorni. Il benessere fatto di neon, alluminio anodizzato, cemento, negozi e ristoranti non è ancora arrivato e forse non arriverà mai. Elcito non è un borgo del Chianti che si presta ad essere comprato e trasformato in residenza esclusiva. Giapponesi, americani, multinazionali varie in cerca di business sono capaci di tutto ma il genius loci di questo borgo non si farebbe mai comprare. Lo spirito non è ancora un bene di consumo e piuttosto che essere trasformato Elcito morirà dignitosamente sbriciolandosi su se stesso, affidando le ceneri al “suo” vento che quassù non smetterà mai di urlare. Meglio vivere nell’inconsistenza del vento che truccarsi di falsità.

Prima di voltare le spalle alla montagna torno sulla piazzetta alla fine del paese; poco distante c’è un masso bianco, nei pressi di muri sbrandellati, affacciato verso la Valfucina, il crinale del San Vicino e i maestosi faggi di Canfaito. Quello è il punto dove, vento permettendo, torno sempre: mi basta qualche minuto per sprofondare nello spazio aperto, per respirare l’incredibile energia di questo luogo. Dietro di me Ines prova a stendere il bucato “sperando che il vento non se lo porti via”, prende un po’ di legna dalla grande catasta e si rifugia in casa perché l’inverno manda i primi segnali. Mi incammino verso i lavatoi per scendere verso valle e, come sempre, tornerò: nel mio immaginario e nei miei viaggi ho sempre cercato “vie di fuga”: Elcito è dietro l’angolo ma è anche uno dei posti più lontani che esiste e resiste.

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