Andy Hampsten e l'epopea del Gavia

Il 5 giugno 1988, il 71° Giro d’Italia, affronta in condizioni estreme i 2.621 metri del passo Gavia. Siamo tornati su quella strada in compagnia di Andy Hampsten, campione che quel giorno ha scritto una pagina eroica del ciclismo.
Scritto da  - Sabato, 09 Gennaio 2010 07:56

Il manto asfaltato del passo Gavia ha sentito e visto uomini e biciclette soffrire per raggiungere prestigiosi traguardi, conosce il sapore salato del sudore e il gelo della neve. Il Giro d’Italia ha scritto su questa strada pagine importanti della sua storia e imprese consegnate agli annali del ciclismo.

La prima volta - E' l’8 giugno del 1960. Gli occhi dell’Italia sono ancora umidi di lacrime per la morte prematura del Campionissimo e si stanno abituando ai racconti animati in bianco e nero della scatola magica. L’immaginario collettivo vola verso il benessere, le montagne diventavano “turistiche”, e oltre alle gambe delle gemelle Kessler il piccolo schermo trasforma in spettacolo anche i muscoli e le imprese dei “garun”, le gambe dei corridori così chiamate da Alfredo Binda. E quell’8 giugno rimarrà memorabile per le lacrime di Imerio Massignan che valica il passo in splendida solitudine vincendo la resistenza di fango e neve ma viene infilato, dopo due bucature (l’ultima a un chilometro dal traguardo di Bormio!) dal forte lussemburghese Charly Gaul. Per ritrovare il Gavia nella rotta del Giro si deve aspettare ben 28 anni. La storia si ripete il 5 giugno del 1988. Ed è una storia memorabile, un film indelebile, una tappa nella genesi del ciclismo. Siamo tornati su quella strada “maledetta” con Andy Hampsten, classe ‘62, l’uomo che in sella alla sua bicicletta ha contribuito a scrivere l’ultima pagina di ciclismo eroico che si ricordi. Tutti gli appassionati ricordano il Gavia di quel giorno, un momento di ciclismo che sembra appartenere alle storie di Coppi e Bartali che incendiavano la passione di un’Italia povera, dilaniata dalla guerra.

Gavia, valico simbolico verso un'altra epoca - E invece era l’88 ma è stato un giorno importante che forse segna il confine tra il ciclismo leggendario fatto di avventura, magia e scoperta, di storie semplici, vere, umane e il ciclismo tecnologico, dove i ciclisti, oltre a essere uomini sono macchine costruite per rasentare la perfezione, a qualsiasi costo, anche pagando il prezzo di tradire Madre Natura per affidarsi ai miracoli della chimica. Il Gavia dell’88 e i suoi uomini guardano con scetticismo il ciclismo di oggi dove la ricerca della grande prestazione non ha solo la frontiera del proprio limite ma cerca di spingersi oltre “maneggiando” scientificamente il corpo umano. Andy è il primo e unico americano ad aver vinto il Giro d’Italia e tutti lo ricordano per l’impresa di quel giorno. Ha smesso di gareggiare da sette anni ma è ancora un atleta e ora va in bici solo per piacere. Vive tra Boulder, in Colorado, e Castagneto Carducci. Fa da Cicerone ai cicloturisti d’oltreoceano che vogliono scoprire la Toscana in bicicletta; ricordano le sue gesta ciclistiche e lo contattano via internet (www.cinghiale.com) per farsi guidare sulle strade più belle della Maremma e delle terre di Siena.

Di nuovo verso il Gavia - Un giorno di settembre, si decide di tornare sul Gavia, naturalmente in bicicletta, pedalando ad andatura turistica, regalando un po’ di ossigeno ai muscoli e lasciando il resto per una chiacchierata rievocativa. A Bormio si sparge la voce che Hampsten è tornato e l’accoglienza nella sala d’onore del Museo Civico si traduce in un affettuoso abbraccio al campione che riceve una targa ricordo e la maglia dell’Unione Sportiva Bormiese. Il giorno dopo tutto è pronto per affrontare il Gavia e rivivere la storia di quella tappa epica. Cos’è il Gavia? Poco meno di 1400 metri di dislivello distribuiti in 17 km, da Ponte di Legno ai 2.621 metri del passo; e poi la discesa, bella e impegnativa fino a Bormio, passando per Santa Caterina Valfurva. Tornante dopo tornante si srotola il film di quella giornata indimenticabile. Oggi lui è il mito che ripercorre la sua leggenda. E’ una bella giornata, l’estate sta per salutare, e molti ciclisti si cimentano su questa impegnativa salita. Pedalano e pensano a quella tappa epica, a quell’americanino più forte del gelo e il nome Hampsten dilaga nel loro immaginario. Nella fatica della salita o impegnati in discesa incontrano per un attimo il campione di quel giorno. Nessuno lo riconosce ma tutti stanno pensando a lui. Per una volta mito e realtà pedalano contemporaneamente sulla stessa strada.

Comincia la salita ed Andy racconta - Da Ponte di Legno la strada inizia a salire senza far male ma pochi chilometri dopo la valle si restringe e il nastro d’asfalto s’innervosisce cercando traiettorie più complicate. E’ qui, su questi tornanti aggrovigliati, che nella mente di Andy si apre la porta su quel 5 giugno di 14 anni fa. “Che bel sole oggi, e che asfalto ragazzi... sembra un sogno!”. Sono le prime parole di Andy che ricorda benissimo il suo Gavia sterrato e gelato di quella tappa. Le parole di Andy saltano indietro nel tempo ma hanno i contorni vividi del presente. "Che fosse una giornata di sofferenza era chiarissimo a tutti. Alle 9 del mattino, a Chiesa Valmalenco pioveva a dirotto e faceva un gran freddo. Io stavo molto bene, due giorni prima avevo vinto la tappa del Selvino; su queste montagne perse nella tormenta si sarebbe deciso il Giro. Lo sapeva bene Mike Neel, direttore sportivo della 7 Eleven - Honved, la mia squadra. E lo sapeva anche Gianni Motta, ormai un ex nella carovana del Giro che il giorno prima mi aveva strizzato l’occhio: “Andy, è lassù che si vince il Giro”. Lo so bene, ma in queste condizioni... “No Andy tu vincerai” sentenziava il simpaticissimo Gianni. Quella fiducia incondizionata mi colpì molto; sentivo quelle parole rimbombare dentro di me. Alle 9,45 Vincenzo Torriani, dopo una riunione con i direttori sportivi, scioglie gli ultimi dubbi. Si parte. Le notizie dal rifugio Bonetta, proprio nei pressi del valico, parlano di condizioni al limite della praticabilità. Lassù è inverno. Nel plotone al momento della partenza aleggia una strana atmosfera. C’è tensione; tutti sanno di cominciare un’avventura verso l’ignoto con la certezza di dover fare i conti con la sofferenza e la fatica che le grandi montagne chiedono a chi va in bicicletta, ma stavolta ci sarà un prezzo più alto da pagare... E’ quasi buio e l’odore dell’asfalto inzuppato di pioggia si mescola con la paura che brilla negli occhi di tutti. Le mantelline sono fragili, inconsistenti barriere per l’acqua sputata dal cielo. In quella situazione avvertivo il disagio di tanti campioni. Molti sapevano che io ero in ottime condizioni e non sono caduto nel tranello di un preventivo patto di non belligeranza. Se siamo in ballo è giusto ballare. O no? L’inferno gelato è un passaggio obbligato per tutti. I miei compagni avvertono la mia energia positiva e mi coccolano in tutti i modi offrendomi continuamente sorsi di tè caldo".

Proprio nel punto in cui la strada si impenna con pendenze intorno al 16% il film entra nel vivo. Le parole si inseguono con maggior pathos e restituiscono immagini forti e chiare.

"Ecco in questo punto preciso, dove la strada si restringe, finiva l’asfalto e cominciava il tratto più duro. E’ qui che si scoprono le carte; la battaglia psicologica fatta di sguardi e sensazioni lascia spazio alla dura verità del ciclismo che mette al bando trucchi, furberie e tattiche. E’ questo il momento di attaccare. Mi butto con tutte le forze senza scompormi nella bufera. Dopo poco mi ritrovo solo e, proprio su questo tornante, capisco qualcosa di importante". Ci fermiamo per fare una foto e guardare la strada sotto di noi. "Vedete, laggiù c’era un gruppetto con Chioccioli in maglia rosa. La scia delle sue ruote lasciava sulla terra bagnata una traiettoria ondeggiante, simbolo di grande fatica. Allora mi sono detto: ehi Andy oggi puoi combinare qualcosa di grande. Certo attaccare in queste condizioni è molto rischioso: puoi vincere il Giro ma puoi anche perdere tutto. Il patto col mio direttore sportivo e con i miei compagni è chiaro: questo è un gioco, poco divertente al momento, ma è sempre un gioco e comunque molto emozionante. E allora giochiamo bene.

Così guadagno un po’ di vantaggio sul gruppo dei più forti e comincio a recuperare sul gruppetto ormai sgranato che aveva provato una fuga capitanata da Johan Van der Velde. Spingo sui pedali ma sono al 90% delle mie possibilità senza sapere e immaginare quale fosse il mio limite.

E qui comincia una storia nella storia, il mio Gavia nel Gavia. La mente si allontana dal contesto logico della gara e delle tattiche, degli avversari e dei distacchi; e comincia a esplorare l’anima di un uomo che sta cercando il suo limite in condizioni ambientali estreme. Potrebbe finire tutto qui, io sono arbitro di me stesso e posso decidere di fermarmi in qualsiasi momento. Ci sarebbero mille motivi, mille appigli per mettere il piede a terra senza essere rimproverato da nessuno. Ma questo significherebbe fuggire, arrendersi prima di essere arrivato in fondo. Finché posso vado e solo quando non ce la farò più mi fermerò".

É l’elogio del pensiero positivo compiuto da un uomo che sta correndo su una strada che sfiora lo strapiombo del suo limite. La nostra pedalata scorre piacevolissima e, raggiunta la galleria, Andy si ferma per raccontare che nel suo Gavia quel buco nella roccia non c’era. Poi riparte e fa da apripista verso la vecchia strada, un pezzo storico di Gavia ancora sterrato. É un passaggio molto spettacolare dove si pedala a due passi dal vuoto, proprio sullo strapiombo che, nel 1954 ha inghiottito un camion di alpini italiani del battaglione Bolzano. Questo passaggio è un icona ben impressa nella mente di Andy che lo ricorda immortalato in un poster. Quella foto rappresentava per lui, prima di arrivare in Europa, il ciclismo del nostro continente, il sogno di tutti i ciclisti americani. E il caso ha voluto che proprio lì Hampsten diventasse un ciclista famoso.

"In questo tratto della salita ho cominciato ad avvertire un freddo intenso. Non ci sono più alberi ma solo rocce, nuvole, vuoto, nebbia. Mi passo la mano in testa per asciugare il sudore e avverto una goccia che mi taglia la schiena come una lama ghiacciata. Non mi ero reso conto di avere uno strato di neve in testa e sulle spalle. Ora il freddo comincia a far male. Questi tornanti annunciano ormai il valico. Ricordo benissimo i tifosi come impazziti. Non era fanatismo ma incredibile partecipazione spinta da un entusiasmo incontenibile che esprimeva la gioia di vederci passare dopo ore di insopportabile attesa gelata. Capivo poco l’italiano ma c’era un’energia fortissima negli occhi e nella voce di quella gente semicongelata che identifica il ciclismo con la capacità di elaborare la sofferenza. Superati gli ultimi tornanti la strada si snoda più dolcemente verso il rifugio Bonetta emergendo dalla valle affacciandosi su scenari di alta montagna. Quel giorno Andy non vedeva nulla di tutto ciò ma ricorda bene che c’era un uomo della sua squadra ad aspettarlo con la mantellina. Entro come una nave nella bufera di neve. Provo a infilare le mani nella mantellina antivento ma è un’operazione complicatissima per le condizioni proibitive. Meglio avrei fatto a fermarmi. Da questo punto manca un chilometro allo scollinamento ma questa salita non regala niente, c’è da pedalare duro, centimetro dopo centimetro fino alla fine. Avrei voluto dare il massimo ma non potevo. Il peggio doveva ancora arrivare e non potevo sprecare energie preziose: guai incominciare la discesa senza la minima, sufficiente lucidità! E’ sul passo, che la situazione precipita e inizia la vera odissea. La temperatura corporea non regge l’impatto con il gelo del valico e il gruppo arriva stremato, alla spicciolata sulla vetta. Le terribili condizioni atmosferiche hanno impedito anche una documentazione completa di questi momenti".

Arrivati al rifugio Bonetta si scende dalle bici e incontriamo Marco Andreola, uno dei pochi fotografi che possiede immagini di quel passaggio. L’amicizia di Andy e Marco è legata a quel giorno, alla bellissima foto che ritrae Andy negli attimi prima di imboccare la discesa. Nelle parole di Marco, appassionato pedalatore, c’è tutto il dramma di quei momenti: “E’ stata durissima anche per me. Ho aspettato 6 ore, dalle 10 del mattino fino alle 4 del pomeriggio. Quelli non erano ciclisti ma fantasmi bianchi congelati in un teatro surreale dove si susseguivano scene di disperazione e pianti. Il primo a transitare sul passo era l’olandese Van der Velde: si succhiava le mani congelate, aveva lo sguardo assente e i processi mentali più elementari irretiti dal freddo; è passato senza fermarsi, senza coprirsi ma la morsa del gelo lo strappa via dalla corsa. Disperato trova un po’ di conforto al secondo rifugio incapace di risalire in sella; viene dato per disperso ma riuscirà ad arrivare al traguardo 127° con circa 50 minuti di ritardo. Altri ciclisti, completamente fuori di senno, si fanno versare del tè caldo sulle mani ma per il conforto di brevissimi attimi, rischiano il congelamento pochi minuti dopo. Un francese non meglio identificato piangeva come un bambino schiacciato dal gelo. Altri chiedevano disperatamente indumenti asciutti alla gente sul percorso e qualcuno ha affrontato la discesa con jeans e giacche dei tifosi. Insomma si stava consumando un dramma non solo sportivo. La sofferenza andava molto oltre la capacità di sopportazione umana. Poi ho visto arrivare Andy e Breukink, anche loro in preda alla disperazione ma sufficientemente lucidi per tuffarsi nell’inferno bianco”. Stavolta al rifugio Bonetta è tutta un’altra storia. Le bici appoggiate al muro possono attendere. I pizzoccheri che si mangiano quassù sono leggendari come il luogo. Alle pareti del rifugio ci sono foto e pezzi di giornale di quel giorno e del lontano ‘60 col grande Massignan. Quassù Andy è un eroe che appartiene all’epopea del grande ciclismo. Tutti lo riconoscono, lo guardano ricordando quell’avventura e gli riservano una festosa accoglienza. Ma lui non sa cosa vuol dire essere un personaggio e vivere con la maschera del campione; regala a tutti il suo semplicissimo sorriso e la disponibilità a concedersi per una foto ricordo, senza la presunzione di sentirsi un grande ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande.

Davanti ai pizzoccheri e sotto lo sguardo incuriosito ma discreto di ciclisti e motociclisti che si fermano al Bonetta Andy “proietta” la fine del film. "Era la discesa la prova da superare, questa volta molto, ma molto più dura della salita. L’ho affrontata in uno stato di trance schiaffeggiato, torturato, frustato dalla bufera. Era terribilmente lunga quella discesa; un tunnel polare senza fine grigio come la nebbia, bianco come la neve, nero come la paura di non farcela. Cercavo di far girare le gambe per non fermare il movimento. Il cambio era un immobile blocco di ghiaccio ma dovevo pedalare senza sosta per non far bloccare gli altri meccanismi. Le gambe, impermeabilizzate con la lanolina, nella parte anteriore erano rosse e sulla pelle si era formato uno strato di ghiaccio. Davanti a me Erik Breukink: gli lascio un po’ di strada senza sguire da vicino la sua ruota preferendo contare solo su me stesso (un suo errore di traiettoria, una sua caduta avrebbe rischiato di compromettere anche la mia discesa). La sofferenza fisica era al massimo e viaggiavo su una discesa bagnata e pericolosa sul filo del rasoio. Bormio era lontanissima, forse irraggiungibile... Ecco la vera odissea che ti porta oltre i perché, in un luogo dove non ci sono più risposte. La gara ricomincia per me solo dopo Santa Caterina Valfurva. Corpo e mente tornano a una temperatura accettabile ma le energie sono al lumicino che rischia di spegnersi sotto un diluvio impietoso. Vedo Breukink davanti a me, solo 7 secondi avanti, e quel distacco rimarrà invariato fino a Bormio. Assolutamente impossibile cercare di recuperare persino un secondo. E’ stata una grande esperienza, irripetibile perché, una volta capito il mio limite, non mi interessa più arrivarci".

andy hampsten gavia2

Il primo a tagliare il traguardo a Bormio sarà Breukink. Subito dietro Hampsten che sfila la maglia rosa a Chioccioli giunto con una manciata di minuti di ritardo. Questa è la storia della tappa numero 14 del Giro d’Italia numero 71. E quella maglia rimarrà sulle spalle di Andy fino al traguardo finale di Milano. Tutti i bormini ricordano le scene strazianti dell’arrivo dove si chiude il dramma con statue di ghiaccio semincoscienti che si buttano tra la gente senza la forza di staccare i piedi dai pedali in cerca di una coperta, di un abbraccio, di qualcuno che li porti tra quattro mura. Durante la pedalata mostriamo a Andy una recente intervista di Chioccioli, lo sconfitto di quel giorno, rilasciata al Corsera. Per lui è un giorno da “non ricordare” ma, per quanto “gli appassionati ricordino ben volentieri episodi del genere... non bisognava correre quella tappa. Fu Torriani a decidere di farci partire comunque... Quel giorno persi il Giro”. Non sono pochi a pensare che fu un azzardo correre quel giorno. Andy ovviamente la pensa in modo diverso offrendo una spiegazione convincente. "E’ vero, le condizioni erano terribili, ma il freddo e la tormenta c’erano per tutti. Insieme al gelo la causa di molti sconfitti è stata la disorganizzazione. Tutti sapevamo cosa ci attendeva in vetta e nel mio caso è stata determinate la strategia di squadra e una serie di misure preventive che si sono rivelate poi determinanti. Noi della 7 Eleven - Honved avevamo grasso di lanolina su tutto il corpo, a colazione abbiamo mangiato una grande bistecca, poco utile nelle prime tre ore di gara ma fondamentale nella parte finale. Poi avevamo uomini lungo il percorso: il massaggiatore con tè caldo a 3 km dalla vetta, Jim Ochwicz, general manager della squadra 1,5 km dopo con vestiti: passamontagna, guanti in gore-tex comprati la mattina stessa, giacca impermeabile, copriscarpe. Io avevo con me cappello di lana e manicotto per coprire collo, bocca e naso". In realtà erano pochi i 'girini' così organizzati e quasi tutti hanno aggiunto al prezzo del gelo quello della precaria organizzazione.

Oggi la discesa verso Bormio è tutta un’altra storia. Andy disegna traiettorie perfette e noi seguiamo la sua ruota che scrive sull’asfalto la storia di un uomo dal feeling straordinario con la bicicletta, un ciclista dalla classe cristallina: rara eleganza in salita, ottima tecnica in discesa. Ma soprattutto è un uomo dalla semplicità disarmante, sorridente e ironico con se stesso; un ciclista diverso, giovane dentro e lontanissimo dall’esasperazione che oggi soffoca il ciclismo e tutti gli sport professionistici. Per molti anni la bicicletta è stato uno strumento di lavoro ma oggi è tornata ad essere il suo giocattolo preferito.

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